
La storia dell’emigrazione sarda si dispiega in larga parte nel XX secolo. Di scarso rilievo rispetto ad altri flussi regionali di fine Ottocento, il fenomeno emigratorio sardo vive un certo incremento nel Novecento (motivato dall’impatto locale di siccità e da problemi nelle attività di allevamento), per poi arrestarsi all’avvio del primo conflitto mondiale. Il periodo tra e delle due guerre mondiali mantiene l’emigrazione sarda contenuta, ma inizia a segnare rotte e strategie; i flussi sono numericamente ridotti sia per le quote di ingresso introdotte da molti paesi di destinazione, come gli Stati Uniti, che per gli ostacoli in uscita, come la politica di contenimento del regime fascista. Si tratta complessivamente di partenze dall’area nord-occidentale dell’isola, soprattutto zone rurali economicamente arretrate.
La definizione di emigrazione di massa si applica dal secondo dopoguerra (tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, circa un terzo della popolazione lascia l’isola), quando fattori di spinta endogeni si sommano a fattori di attrazione esogeni. Il crescente processo di sviluppo e industrializzazione richiama manodopera soprattutto nel nord-ovest d’Italia e all’estero – ad esempio in Germania, Svizzera, ma anche in Argentina. Le partenze dall’isola sono in una prima fase collegate alla crisi locale del settore minerario, coinvolgendo inizialmente operai prima occupati nei centri industrializzati del Sulcis-Iglesiente.
Dagli anni Sessanta la platea di emigranti si allarga al contesto rurale, ai braccianti agricoli sotto-occupati e ai pastori, per poi diminuire d’intensità tra gli anni Settanta e Ottanta, quando si iniziano a registrare anche flussi di rientro. Durante questo decennio in Sardegna viene attuato il primo Piano di Rinascita, rivolto allo sviluppo economico e sociale della regione, portando interventi e investimenti che tuttavia non incidono come freno all’esodo dall’isola. Nel periodo successivo e ancor più dagli anni 2000 in poi, l’emigrazione è continua e coinvolge in particolare profili altamente istruiti e professionalizzati, che seguono il richiamo di un mercato del lavoro nazionale e globale.
La connotazione del fenomeno migratorio sardo risponde alla definizione di labour migration, ossia migrazione economica legata alla ricerca di migliori condizioni di lavoro. Tuttavia il caso sardo smentisce il paradigma che guarda alla relazione diretta tra mobilità, povertà e aumento demografico (assente come fattore di spinta), proponendo una spiegazione che tenga anche conto della complessità della scelta migratoria, dei contesti locali, delle resistenze socio-culturali isolane. Questa mobilità umana in uscita è andata complessivamente ad aggravare il pre-esistente problema dello spopolamento/della decrescita demografica e soprattutto l’abbandono delle aree rurali più povere.
Si stima che oggi siano più di due milioni i sardi che vivono fuori dalla Sardegna, tuttavia il conteggio risulta non solo difficile in relazione all’accesso alle fonti amministrative, ma soprattutto complesso in considerazione della ormai ampia compresenza di generazioni (prima, seconda e terza).
Nel 2021, i sardi iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) risultavano 123.212. Di questi, l’87% vive in Europa (metà tra Francia e Germania, seguiti da Belgio, Regno Unito, Svizzera) e il 9,2% nelle Americhe (soprattutto in Argentina). La maggior parte dei sardi residenti all’estero ha un’età compresa tra 25 e 64 anni, ma quasi 25.000 hanno meno di 24 anni.
A fronte della consistente presenza di comunità sarde fuori dalla Sardegna (in Italia e all’estero), le relazioni con le istituzioni pubbliche regionali si sono via via intensificate e formalizzate. Ad oggi esiste una estesa rete di organizzazioni composta da 61 circoli in Italia e 50 all’estero, 4 Federazioni nazionali, 4 Associazioni di tutela e una Federazione delle Associazioni di Tutela che dialogano con la Regione Sardegna. In particolare, la Regione regola, sostiene e amministra la politica migratoria attraverso iniziative (Legge Regionale n. 7/1991 e suo regolamento di attuazione DPGR n. 191/1991) che hanno, tra i diversi obbiettivi, quello di rafforzare i legami con le comunità sarde fuori dall’Isola (attraverso piani triennali e programmi di spesa annuali).
Sono 13 tra circoli, federazioni e associazioni nelle Americhe, 2 in Asia 3 in Oceania, 8 I circoli sardi coinvolgono circa 30mila associati, 9 Sotto la Direzione generale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale – Assessorato del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale.
Sono 32 circoli e 2 federazioni in Europa 61 circoli e 6 federazioni/associazioni in Italia, con distribuzione nel centro-nord