
Francesca Sale
di LUCIA BECCHERE
“E’ stata per me è stata una seconda mamma. La mia era una famiglia di 5 figli, madre casalinga e padre muratore. Devo a lei se ho avuto la possibilità di studiare. Sono stato il primo maschio abilitato alla scuola d’infanzia in Provincia di Nuoro e forse tra i primi in Italia”.
A ricordare per noi maestra Zinedda è il nipote Tore Sale oggi in pensione e felicemente nonno.
Per tanti anni insegnante alle elementari di San Pietro di Nuoro, Francesca Sale (1924-2016) è stata protagonista di un progetto culturalmente e socialmente innovativo che riguardava i problemi dei carcerati. Si trattava di un rapporto epistolare fra alunni e detenuti nell’intento di veicolare valori umani e pedagogici, far conoscere il sistema carcerario italiano, mausoleo giuridico-burocratico insondabile.
La vicenda ebbe inizio nel ’70, quando alla maestra di corte ‘e susu, incurante dei programmi ministeriali, aveva intrapreso questa esperienza con una terza classe maschile, suscitando perplessità nella comunità santupredina e forse anche una certa ostilità da parte di colleghi che guardavano con diffidenza un percorso educativo così avulso dalla didattica tradizionale. Lei tirava dritta per la sua strada, interrogandosi sulle cause che avevano portato i detenuti a sbagliare, ma soprattutto in che cosa la società aveva mancato.
“Faceva parte della Sesta Opera – racconta il nipote -, da lì è nato quel progetto rivolto soprattutto ai detenuti sardi oltre Tirreno per tenere saldo quel legame identitario che li univa alla madre terra”.
Fra loro Silvano Zanetti, giovane 25enne di Treviso condannato a dodici anni. Da Alessandria era giunta la sua risposta all’amico scolaro con allegato un disegno e poi altri ancora che rivelavano apprezzabili doti pittoriche. Maestra, alunni e genitori si erano prodigati per il suo avvicinamento alle carceri nuoresi di Badu ‘e Carros dove presto ebbero la possibilità di incontrarlo. Per portarlo all’attenzione di tutti fu inaugurata una sua personale e, la presenza delle più importanti autorità, perfino del procuratore della Repubblica dottor Giuseppe Fodde, impresse una certa consacrazione all’evento. Il successo ottenuto gli valse l’invito a partecipare alla mostra internazionale del carcerato allestita a Perugia e gli aprì anche la strada del riscatto. Libero dopo 4 anni, l’artista decise di stabilirsi a Nuoro.
“Il pittore della libertà, una favola dei giorni nostri” scriveva Gianni Pititu nel Messaggero Sardo del gennaio 1975.
Zinedda, si era iscritta al classico perché voleva fare il medico, poi decise di prendere il diploma magistrale, ma poiché la sua vera passione era la matematica dava lezione a studenti di tutte le scuole. Fisico minuto e scattante, attorno al tavolo che li accoglieva numerosi si muoveva frenetica e infaticabile.
Dalla finestra del suo studio al terzo piano, tante volte aveva osservato La Rotonda, storica prigione di via Roma 51, distante pochi metri in linea d’aria, fermandosi a riflettere su quella amara realtà.
Amava Pavese, l’autore di “La luna e i falò” che ricordiamo per le sue problematiche esistenziali. Tutto questo a riprova che il rigore dei numeri non aveva inaridito il suo animo ma ben si conciliava con la sua sensibilità.
Impegnata nel sociale, prima consigliera del Comune di Nuoro nelle file del PCI, sindaco Gianoglio, amica e compagna dell’antifascista nuorese Diddinu Chironi. In seguito aveva sposato proprio quel giovane carcerato, artista talentuoso, le cui sorti si era presa tanto a cuore e insieme erano andati a vivere a Olbia.
“L’ho incontrata per l’ultima volta poco prima che morisse – dice il nipote – In seguito ad una rovinosa caduta si era fratturata il bacino e non si era più ripresa”.
Cosa raccontava?
“Più che racconti, i suoi erano insegnamenti di vita – prosegue -, ricordo che mi aveva insegnato così bene la matematica che un’estate l’ho aiutata a fare lezione a 60/70 ragazzi disposti a gruppi di classi e programmi differenti”.
Che persona era?
“Intuitiva e intelligente. Capiva gli alunni ma era molto severa. Dai nipoti pretendeva più che dagli altri. Una volta avevo dimenticato di fare i compiti, me le aveva suonate di santa ragione di fronte a tutti”.
Scomparsa a 92 anni, per sua espressa volontà, maestra Zinedda riposa nel cimitero di Nuoro accanto alla amatissima madre nella tomba di famiglia, dove nel 1966 aveva fatto collocare una grande scultura funeraria in marmo bianco opera dell’artista nuorese Giusto Angioi. A salutarla nell’ultimo viaggio il marito Silvano, parenti, amici e tantissimi alunni.