
di ARIANNA PICCOLO
“L’arte ci prende per mano”, recita un’installazione posta sulla facciata dell’Istituto Italiano di Cultura di rue de Varenne, come per ricordarlo al bambino che c’è dentro ognuno di noi. Il direttore Fabio Gambaro spiega che tale citazione avrebbe potuto essere uno dei titoli per la mostra su Maria Lai (Ulassai, 1919 ‒ Cardedu, 2013) perché ben esemplifica l’intento artistico e il testamento spirituale dell’artista.
Per celebrare il
centenario della sua nascita è in scena la sua prima personale, la prima in
assoluto in ambito internazionale, intitolata Suivez le rythme (seguite
il ritmo), che riprende un aneddoto interessante della sua vita. Lo scrittore
Salvatore Cambosu, infatti, le ripeteva spesso da bambina: “Non importa se
non capisci, segui il ritmo”. Proponendole, quindi, un metodo diverso
nell’insegnamento della lettura e spronandola a continuare gli studi. L’artista
sarda in tenera età aveva, infatti, avuto dei problemi di salute che le avevano
causato un ritardo nell’apprendimento. Tuttavia, questo iniziale ostacolo si
sarebbe rivelato in seguito di fondamentale importanza, poiché il ritmo si è
affermato lungo tutto il suo percorso come una componente chiave della sua
creatività.
Davide Mariani, curatore della mostra e direttore della Stazione dell’Arte, ha
voluto dare una panoramica completa della produzione dell’artista, attraverso
l’esposizione delle opere più rappresentative, dai “libri cuciti” ai telai,
dalle Geografie agli interventi ambientali e soprattutto Legarsi
alla montagna, il suo capolavoro. Una presentazione nel pieno rispetto
di quella che era la volontà di Maria Lai, ovvero creare un’arte che andasse
incontro alle persone, nella convinzione che le opere dovessero uscire dai loro
contesti abituali. Ecco perché, nonostante le Geografie siano
da considerarsi tra gli esiti in assoluto più significativi della sua carriera,
l’opera simbolo dell’artista resta appunto Legarsi alla montagna,
realizzata nel 1981.
L’amministrazione comunale di Ulassai, suo paese natale, le aveva chiesto di realizzare un monumento ai caduti in guerra con l’intento di “entrare nella storia”. Maria, che non amava la retorica commemorativa tipica di certi monumenti, decise che per entrare nella storia bisognava realizzare qualcosa di inconsueto, proponendo un’opera dedicata “ai vivi e non ai morti”. Così nacque il suo progetto di legare con un nastro una casa all’altra, “come quando si ha paura e ci si stringe la mano”. L’opera vide il coinvolgimento di tutta la comunità, ponendosi in ambito internazionale come primo esempio di Arte relazionale.
In merito alla volontà di far conoscere Maria Lai oltre i confini italiani il curatore Davide Mariani spiega: “La sua affermazione a livello internazionale era qualcosa che, in realtà, non le interessava, essendo invece più focalizzata nel comunicare un’arte che fosse accessibile e che potesse parlare a un più ampio pubblico possibile. Queste caratteristiche consentono oggi di esporre la sua arte ovunque all’estero. Se pensiamo, ad esempio, ai ‘libri cuciti’, che sono poi delle scritture illeggibili, essi non sono altro che un atto di democratizzazione perché leggibili da chiunque, al di là della lingua e del linguaggio di appartenenza”.
In particolare, Maria Lai aveva già esposto a Parigi nel 1981 in una mostra collettiva al Centre Pompidou che indagava la produzione relativa al libro d’artista, e tornò ancora nella capitale francese negli Anni Novanta, sempre con una collettiva dal titolo Arte e Jeans.
A livello europeo c’è
stata poi un’altra mostra nel 2010 a Berlino che ha contribuito alla sua
notorietà internazionale, ma i passi più importanti in questo senso sono stati
compiuti dopo la sua morte; quella dell’Istituto di Parigi può essere
considerata, quindi, come la prima monografica all’estero a lei dedicata.
Legarsi alla montagna ha rappresentato il primo esempio in Italia
di quella tendenza definita come Arte relazionale. Ci si chiede, dunque,
se sia stato un caso che proprio una donna, in quanto dotata di una maggiore
empatia e senso del legame, ne sia stata l’artefice. “In realtà, le origini
di questo intervento vanno ricercate nelle radici di Maria, dato che in
Sardegna il senso di comunità è molto forte e quindi il recupero di questi
legami, di questa socialità condivisa, era qualcosa nelle corde non solo di
Maria ma anche di altri artisti sardi che avevano già immaginato delle
possibili soluzioni riguardanti gli spazi pubblici e la vita della persone”,
spiega Mariani. “In lei, quello che ha fatto la
differenza è stata la partecipazione, perché non ha utilizzato la collettività
come una scenografia passiva nella sua opera, ma sono gli abitanti stessi che
sono diventati creativi a loro volta. Sono loro che hanno escogitato il codice
che potesse esplicitare i loro rapporti attraverso l’utilizzo del nastro. In
definitiva io credo che, più che per delle questioni di genere, le origini di
questo intervento vadano ricercate in quelle che sono le radici di un senso di
comunità fortemente radicato nell’isola”. Filiberto Menna, nel 1982, fu uno
dei pochi critici a vedere questa operazione effettivamente come un’opera
d’arte e in tal senso dichiarò che forse, per la prima volta, l’arte era
riuscita laddove non erano riuscite la politica e la religione.
Quando si parla delle opere di Maria Lai, ci si ritrova spesso a contatto con il termine “domestico”, che racchiude una serie di attività come il cucito e altre tipologie di lavori manuali. Anche in questo caso, però, guai a racchiudere l’opera dell’artista entro la categoria, l’etichetta, dell’artista donna. Mariani spiega, appunto, che durante la sua prima personale nel 1956 alla Galleria dell’Obelisco a Roma la critica la recensì attribuendole ‘’una mano maschile’’; quello che all’epoca doveva esser visto, quindi, come un complimento in realtà la infastidì tantissimo. Quell’episodio fu cruciale perché segnala proprio un momento di distacco dal mondo dell’arte di Maria, che iniziò a interrogarsi profondamente sul concetto di artista. Passeranno infatti dieci anni di totale silenzio in cui lei non esporrà più, presentandosi al pubblico solamente nel 1971 alla galleria Schneider di Roma con una mostra dedicata ai telai. ‘’Devo dire che lei ha sempre detestato qualsiasi tipo di etichetta di genere, cercando di rifiutare quelle mostre che volevano in qualche modo unire delle artiste sotto il segno del femminile, proprio perché voleva essere riconosciuta in quanto artista e non in quanto artista donna”, afferma Mariani. “Rivendicava queste sue posizioni anche in maniera forte, come quando alla fine degli Anni Settanta realizzò delle sculture di pane interpretandole come gesto sovversivo e provocatorio, per ribadire che questa dimensione ‘domestica’ dovesse essere considerata a tutti gli effetti come arte’’.
Nel contesto artistico contemporaneo, in cui le opere molto spesso veicolano valori soggettivi ed egoriferiti, ci si auspica che il lavoro di Maria Lai, nella sua portata collettiva, poetica, comunitaria e di legame, possa essere riconosciuto da una platea internazionale. Fuori dai confini italiani, e da ogni confine in generale, attraverso un linguaggio universale che sa parlare a tutti arrivando dritto all’anima.
Non saprei descrivere il suo modo di fare Arte e nemmeno dargli un nome.