
Lucia Becchere nella foto di Carmelo Pau
di ANGELO SIRCA
Ci sono persone per le quali la felicità è un furtivo raggio di luce nell’ombra delle loro esistenze. Lucia Becchere, con tratto delicato e sensibile, nel romanzo Storia di Maria narra la vita di Maria per la quale lo stigma del dolore è condizione quasi ontologica.
Siamo a Bilte, nel cuore della Barbagia, verso metà dell’Ottocento, la giovane Maria Francesca «Aveva appena compiuto diciotto anni (…) occhi neri e luminosi, pelle chiara, capelli ricci folti », figlia di ricchi possidenti si invaghisce del servo Quirico «Dagli occhi profondi e penetranti » originario del Logudoro. L’«Amore al pari del sole non può essere oscurato »: Maria resta incinta. Il tribunale di famiglia: il padre Giovanni, la mamma Antonia, i fratelli Antonio, Pasquale, Giommaria decreta la condanna «A nessuno, nemmeno ad una figlia era permesso macchiare l’onore dei padri», d’ora in poi Maria Francesca vivrà segregata, Quirico verrà licenziato in tronco. L’onta del disonore non può restare impunita, alla morale di casta non si può derogare.
Nasce Maria, viene sottratta a Maria Francesca, la quale muore per le conseguenze del parto e delle violenze subite in quei mesi di dolorosa solitudine: «Deceduta alle ore sette del mattino, anni 22». La bimba, senza rimorsi né rimpianti, viene affidata, dietro lauto compenvende so, coi soldi tutto può essere comprato e venduto, a Pasca titolare nel paese di Tieri della locanda la “Posada”. Maria cresce serena, ignara della sua storia, «Giocava con i bambini del vicinato ma il suo amichetto preferito era Eugenio (…) figlio di Tea la tata», sono gli anni dell’infanzia quando i sogni non svaniscono all’alba, e innocenza e ingenuità ancor non sanno che per la sofferenza è solo questione di tempo. La “Posada” è luogo di passaggio, d’incontri e di conoscenze, Giuseppe uno degli habituè, ricco commerciante di preziosi «Magro, di bassa statura con due grossi baffi», ha una tresca con Pasca. In paese si chiacchiera prima a mezza bocca, poi apertamente del rapporto della locandiera col signore distinto che gioielli. Il marito Tomaso, buonuomo, le chiede spiegazioni ma Pasca riesce a irretirlo e convincere che trattasi solo di dicerie. Maria è ancora bambina ma sta per sbocciare. La locandiera per salvarsi e avendo nel tempo sviluppato un sentimento d’invidia e gelosia nei confronti della giovane, la “consegna” a Peppe, dopo averle raccontato con cinica freddezza la sua storia.
Maria è persa, «Fuori dalla casa la investì il gelo (…) Un’umanità intera le voltava le spalle. Davanti a lei un lungo viaggio».
La giovane si ammala, raggiungono la città di Orui, «Aveva una sola certezza, quella di essere diventata donna su quel letto dove aveva seppellito i suoi sogni da bambina». Peppe uomo scafato che aveva alle «Spalle una vita fatta d’incontri e d’abbandoni » decide che d’ora in poi farà di tutto per rendere serena la vita di Maria. Si stabiliscono a Olesa, qui zia Gonaria, sorella del parroco, madre di quattro figli, sarà per lei àncora e conforto.
Il dolore nuovamente si apposta nel cammino di Maria: i due decidono di metter su casa, ma Peppe non può portarla all’altare: in quanto già sposato e padre di due figlie. Ma anche questa prova è superata, nascono in sequenza i figli, gli affari per Peppe vanno per il meglio. Il passato ritorna a bussare al cuore di Maria, gli zii materni «Poiché i soldi sono una buona coperta atta a nascondere ogni cosa» esprimono il desiderio di conoscerla, ma venuti a sapere della sua condizione di convivente non sposata, in loro prevale ancora una volta l’apparenza del ruolo sociale rispetto alla sincerità dei sentimenti. Il carattere di Maria si inasprisce, gli affari non vanno più come una volta, gli amici si diradano, non è più “Signora Maria” rispettata e riverita ma “Maria orefitze”, i figli crescono e si spargono per il mondo.
Ci sono esistenze che passano sulla terra leggere, altre per le quali il destino pare ineffabile: il dolore è il loro compagno. Lucia Becchere in quest’opera, che, per certi versi, ricorda Una vita di Maupassant, romanzo nel quale la protagonista, Giovanna, è soverchiata da una serie di disgrazie e infelicità senza rimedio, mette in pagina uno spaccato di una Sardegna degli interdetti e dei codici non scritti ai quali non si può venir meno. Gli ambienti e i paesaggi accompagnano gli stati d’animo dei protagonisti, le case di pietra sono quasi metafora dell’impermeabilità ai sentimenti di persone inaridite e cristallizzate nel bozzolo della loro ipocrita esistenza. Ma ci sono anche figure come zia Gonaria che confortano con la parola e coi gesti: non cancellano la sofferenza ma riescono a lenirla.
Dopo aver letto questa storia triste e dolente abbiamo una volta di più conferma: il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce, e tantomeno le può conoscere il pregiudizio.
per gentile concessione de L’ortobene
La Storia di Maria,romanzo avvincente e coinvolgente che si legge tutto d’un fiato e lascia il lettore ,quasi incredulo di certi comportamenti umani di un tempo passato che non ammetteva errori d’onore nelle famiglie bene di allora.