LA STORIA DELLA CUCINA SARDA: LA PRESENTAZIONE AD ARDAULI DEL LIBRO DI GIAN PIERO PINNA


di Rosy Massa

Presentato con successo il libro Storia della cucina sarda di Gian Piero Pinna nella Biblioteca comunale di Ardauli, che a stento ha contenuto le numerose persone intervenute. Alla presentazione non è voluto mancato neanche il sindaco Roberto Putzolu, che nel breve discorso di saluto, ha voluto ricordare che Ardauli è sempre lieta di ospitare manifestazioni culturali di un certo livello. Dopo una breve introduzione di Mario Di Rubbo, presidente dell’Associazione Più Sardegna, organizzatrice dell’evento in collaborazione con l’Amministrazione comunale di Ardauli, che ha ricordato anche lo stretto legame che lega l’autore al paese in quanto la moglie era proprio un’ardaulese, sono cominciati gli interventi delle due relatrici Maria Giovanna Meles e Vilma Urru.

Ha esordito Vilma Urru, chiedendo maggiori delucidazioni sull’importanza dei ritrovamenti del sito archeologico di Sa Osa, che secondo l’autore, potrebbero far riscrivere la storia della cucina sarda. “Le conoscenze che sono venute inaspettatamente  a galla durante i lavori di scavo del villaggio nuragico individuato in località “Sa Osa” – ha detto Pinna – potrebbero far riscrivere la storia del vino e della civiltà alimentare dell’intera Sardegna. I reperti catalogati – continua l’autore del libro – risalgono al 1200 a. C. e si tratta di oggetti e materiali che non sono mai stati trovati in un sito nuragico, la cosa più sorprendente è la grande quantità di semi, in particolare semi di uva frammisti a quelli di fico. E grazie a questa sorprendente scoperta – ha sottolineato l’autore – si può tranquillamente ipotizzare che la Sardegna sia stata la terra madre del vino – e ha proseguito dicendo che – anche in epoca nuragica, c’era una notevole ricchezza e varietà di uve, ma soprattutto c’era la diffusa conoscenza dei segreti della vinificazione. Il tutto era ben riposto in contenitori di ceramica sistemati con cura all’interno di un pozzo, che aveva la funzione di conservare i cibi, ma la cosa  sorprendente è che sono stati trovati anche centinaia di semi di legumi, di cereali, noccioli d’oliva, resti di pasto in particolare di pesci e arnesi in osso e legno finemente lavorati.  Dopo esser stati analizzati – ha continuato Pinna –  i semi di vite rinvenuti nel pozzo, pare siano quelli della Malvasia e della Vernaccia, ma di notevole importanza è stato anche il ritrovamento dei semi di melone, che attraverso le analisi al C14, sono stati datati al 1310, 1120 a. C. e attualmente si tratta della più antica attestazione della coltivazione del melone nel bacino del Mediterraneo.”

Maria Giovanna Meles, nel suo intervento, ha chiesto maggiori delucidazioni sulle curiosità alimentari e storiche della Sardegna a partire dalla preistoria sino ai giorni nostri.

“La nostra Isola – ha spiegato Pinna – fin dall’epoca nuragica era molto importante nel Mediterraneo e facendo delle brevi considerazioni sul numero di nuraghi scoperti, si può facilmente ipotizzare che gli abitanti fossero dai due ai cinque milioni di abitanti, quindi, una consistenza abbastanza considerevole e di tutto rispetto, tenuto conto degli altri popoli, senza dimenticare, inoltre, che le guardie del corpo di alcuni faraoni egizi erano proprio guerrieri shardana. Una delle più singolari tecniche gastronomiche, ancora praticata nella nostra Isola, l’abbiamo sicuramente ereditata dalla civiltà nuragica: si tratta della cottura sotterranea delle carni, detta “a carraxiu”, anche se personalmente preferisco il maialetto cucinato allo spiedo – ha continuato – ma per avere notizie storiche certe su ciò che si mangiava in Sardegna, bisogna prendere come punto di riferimento un pranzo preparato per la prima messa di don Antioco Marcello, Rettore di Mamoiada, ai primi del Milleseicento e descritto in una relazione fatta dal canonico Martin Carrillo a Filippo III di Spagna.

Mandato in Sardegna in qualità di Visitatore Generale del Regno, per indagare sul malessere sociale che imperversava in tutta l’Isola. Nel suo rapporto, il Carrillo metteva in evidenza soprattutto il poco rispetto dei diritti dei Sardi, che subivano continuamente requisizioni arbitrarie di grano, cereali, bestiame e altri prodotti della terra, ad opera dei nobili e del clero, inoltre, spiegava anche che dovevano sottostare alle vessazioni provocate da un’allegra applicazione delle leggi, da parte di giudici non proprio esemplari e chi aveva la malaugurata sventura di finire in prigione, era anche sottoposto agli inauditi soprusi dei carcerieri. Tra le altre cose, il Carrillo, riporta anche una notizia avute dall’Arcivescovo della Diocesi arborense, il sassarese Antonio Canopolo, che esplicò il mandato con le funzioni di reggitore dal 1588 al 1621 e che invece di stare nella sua sede, preferiva soggiornare per lunghi periodi nella sua Sassari, tanto da scatenare le ire di Papa Clemente VIII, che per tale motivo, lo aveva più volte redarguito. Per allestire il banchetto in onore di Don Antioco Marcello, il Carrillo riferisce che furono necessarie: 22 vacche grandi, 26 vitelli, 28 capi di cacciagione tra cinghiali e caprioli, 740 castrati, 300 tra agnelli, porchetti e capretti, 600 pollastri e galline, 65 pani di zucchero, 50 libre (oltre dieci chili) di pepe, chiodi di garofano e zafferano, occorsero circa 280 starelli di grano per la panificazione, un quintale di riso, un quintale di datteri, 50 piatti di mangiar bianco, 5000 uova, più di 3000 pesci tra grandi e piccoli, 25 grosse botti di vini di diverso tipo e una grande quantità di confetti e dolciumi”.

Il libro riporta anche tante curiosità con una sequenza narrativa, articolata e accattivante. L’autore, nello scrivere l’opera, ha messo a frutto tutta la sua esperienza professionale e il frutto delle sue ricerche e dei suoi studi, andati avanti per oltre trenta anni.

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