Pochi chilometri, forse solo centinaia di metri, separano lo stadio del Maracanà dalle favelas più vicine. Agglomerati di case, crescono una sull’altra a poca distanza da spiagge da cartolina. Luoghi dove mancano i servizi pubblici, a volte nemmeno sulla mappa, dove vivono centinaia di migliaia di persone e dove lo Stato è praticamente assente.
Qui la storia è diversa da quella che si può immaginare dai campi di gare olimpiche che si vedono in Tv. ActionAid ha cercato di raccontarla in questi giorni in cui tutti pensano allo sport dei campioni. Camminando nei vicoli senza luce di queste città nelle città, è davvero difficile credere – anche per me che con ActionAid situazioni di povertà ne ho viste tante – che si possa vivere così.
Cidade De Deus guarda il Villaggio Olimpico. Trasporti, sanità, scuole, tutto qui è carente. Questa favela, anomala perché sul terreno piano tra due colline, si trova nella zona occidentale della città. Ci vivono almeno 60.000 persone, il triplo di quanto originariamente pianificato e riconosciuto dal governo, che l’ha fatta nascere nel 1962 spostandovi forzatamente abitanti di altri quartieri popolari. Per chi nasce qui è davvero difficile trovare un lavoro: se nasci e vivi a Cidade de Deus, come a Rocihna o Maré, sei discriminato in partenza. Praticamente nessuno dei lavori “prodotti” dalle Olimpiadi occupa la gente di qui. Lo stigma sociale soffoca tante possibilità di immaginare un futuro alternativo.
A Cidade de Deus il 52% degli abitanti ha meno di 16 anni. Un terreno fertile per le organizzazioni criminali, che funzionano come un vero e proprio stato parallelo e fanno del narcotraffico la loro fonte di reddito principale (o unica possibile), coinvolgendo anche bambini e adolescenti come fattorini o vedette.
In questi giorni sono stato di nuovo nella favela insieme al CONI, il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, che ha deciso di fare un pezzo di strada con ActionAid, perché le Olimpiadi siano un’occasione per dare un segnale: quello di un mondo dello sport attento a dare opportunità, far rispettare le regole, coinvolgere tutti nelle decisioni che riguardano la collettività. A Rio, come, forse a Roma, fino al 2024.
A Cidade de Deus dove ActionAid lavora da anni utilizzando lo sport come strumento di aggregazione sociale, il CONI ha supportato l’organizzazione nel ristrutturare il vecchio campo da calcio, ora messo in sicurezza e dotato di spogliatoi. Qui gli allenatori e gli educatori dell’associazione partner CEACC insegnano a 80 bambini non solo come giocare a calcio, ma come crescere e stare insieme.
Anche io fatto l’atleta da ragazzo: ho avuto la fortuna di avere Franco Sommaggiocome allenatore tanti anni fa. Un maestro di sport, ma ancora più di serietà e di impegno. Zeze, l’allenatore che ho incontrato a Cidade de Deus in questi giorni, mi ricorda lui: sornione e rassicurante per i ragazzi della comunità, rispettato ed ascoltato da tutti.
Zeze qui ci abita da oltre 40 anni, quando è stato sfrattato insieme alla sua famiglia da Marquês de São Vicente. Qui ha visto crescere una comunità, che va avanti nonostante le tantissime difficoltà. Ed è per questo che ha deciso di lavorare con i bambini: lo fa da quando era giovane e usava i soldi guadagnati giocando a calcio (era portiere nel Fluminense) per portare gli altri al cinema. Spesso i ragazzi della favela hanno solo bisogno di un aiuto e una guida. Uno come Zeze. Che gli fa capire quanto sia importante andare a scuola e che esiste un’alternativa alla vita di strada e allo spaccio.
A Rocinha e Cidade de Deus, grazie al progetto “Eredità Olimpica” in collaborazione con CONI, ActionAid ha coinvolto 500 bambini e le loro famiglie, ristrutturando una biblioteca, una ludoteca e appunto un campo sportivo. Ma la sfida non si può fermare rimettendo a posto quattro muri: fare grandi eventi come le Olimpiadi deve poter essere un’occasione per ridurre le disuguaglianze e favorire l’inclusione, coniugando sport e impegno sociale per lasciare un’eredità duratura alle comunità locali. Guardando a Roma 2024, la sfida è quella di creare un’esperienza diversa, qualcosa in cui non ci si ricorda degli esclusi solo all’ultimo momento, ma nella costruzione di un percorso lungo 7 anni.
Sarà necessario non solo pensare di lasciare qualche palestra e campetto di periferia, ma concordare con le circoscrizioni, le associazioni locali, la cittadinanza tutta il modo in cui partecipare alle decisioni che ci riguardano. Verso Roma2024 dobbiamo muoverci ascoltando chi ancora non vede l’opportunità, dedicando il tempo necessario a far si che la più grande opera da far crescere assieme sia quella della coesione sociale. ActionAid intende costruire sull’eredità (e gli errori) di Rio per disegnare un percorso a Roma che sia davvero da campioni olimpici dell’integrazione e dell’inclusione sociale.
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