di Liliana Rosano
Il suo mestiere è studiare le strategie giuste per assicurare all’arte indipendenza e spontaneità. Ci riesce facendosi carico del lavoro organizzativo. Valeria Orani da qualche anno ha deciso di spostare la sua sfida a New York dove aiuta i creativi italiani a crearsi e a gestire opportunità
Una lunga esperienza professionale nel mondo delle arti performative e della cultura italiana contemporanea. Valeria Orani dalla sua Cagliari è arrivata a New York dove oggi è alla direzione artistica di Umanism NY, la prima società di servizi organizzativi, promozionali e logistici dedicati ai mestieri creativi che intendono sviluppare un network professionale nella Grande Mela. Con il suo team, rivolge l’attenzione a tutte le sfere della creatività, del talento, delle arti e dei mestieri, sostenendo il lavoro di designer, artisti visivi, musicisti, cuochi, drammaturghi, coreografi, artigiani. Umanism NY è, tra le altre cose, promotore con Il Martin Segal Theatre Center dell’Italian Playwrights Project, sostenuto anche dall’Istituto Italiano di Cultura. Con il suo lavoro, Valeria continua ad operare in Italia dove è direttrice artistica di 369gradi – Centro di produzione e diffusione cultura contemporanea produce con successo spettacoli nell’ambito del teatro di innovazione e drammaturgia contemporanea. Di New York dice:“È la città giusta per non cedere alla stanchezza, per lavorare sodo sull’obiettivo, per non rilassarsi mai. Ma è anche una città che sa ripagare gli sforzi e i meriti”.
Vieni dal mondo della cultura e dello spettacolo, come nasce Umanism e qual è il suo scopo? A chi si rivolge? “Per molti anni mi sono dedicata all’organizzazione delle arti performative in Italia. Una lunga esperienza iniziata nel teatro di prosa e ampliata poi nel 2003 nell’idea di poter elaborare un concetto di management che fosse applicabile a tutti gli ambiti artistici: teatro, musica, danza, visual arts. Nacque così in Italia la 369gradi, una società di servizi a basso budget per la promozione e la diffusione dedicati alla scena contemporanea e all’innovazione artistica. Dal 2009 la 369gradi è anche produzione teatrale e fulcro di sviluppo progettuale, ma dopo qualche anno, sentivo la necessità di continuare la mia crescita, studiare e imparare ancora meglio come poter creare valore e condividerlo a beneficio della creatività e del talento. Ciò che ha sempre mosso le mie azioni dalla creazione di 369gradi in poi è infatti studiare le strategie giuste per assicurare all’arte e alla creatività l’indipendenza e la spontaneità che dovrebbe caratterizzarle. Uno dei modi più efficaci è quello di sostenere il lavoro artistico con un attento lavoro organizzativo esonerando il creativo dal doversi occupare attivamente di ciò che potrebbe sottrarre spontaneità al suo lavoro. Quando ho deciso di confrontarmi con New York ho pensato che la sfida sarebbe stata più interessante se avessi pensato di rivolgere il mio progetto alla produttività artistica italiana e di applicare il mio know-how e il ‘metodo’ sviluppato nelle arti performative a tutti gli ambiti della creatività, anche interpretando un singolare fenomeno molto italiano e molto importante: la riscoperta dei ‘mestieri’ come alta espressività della cultura italiana contemporanea”.
In che modo la cultura italiana viene percepita in una città come NY? “Dopo i primi due anni trascorsi a New York penso che ciò che si intende per cultura italiana sia soprattutto la tradizione che riporta alla buona cucina, all’opera lirica, alle bellezze paesaggistiche della nostra terra. Manca sicuramente un concetto contemporaneo della cultura italiana, ma non è un caso. L’Italia sta vivendo un momento di grande trasformazione e istituzionalmente investe senza regolarità e solo su alcuni aspetti, specialmente connessi con le grosse aziende private che hanno optato per una loro presenza in ambito internazionale. La cultura viene quindi percepita attraverso i grossi brand della moda o del cibo, le industrie automobilistiche ed il luxury design. È una scelta precisa ma anche un effetto della realtà nazionale che ci contrappone agli altri Paesi europei che invece sono presenti nel territorio di New York con un calendario di programmazioni accurate e con un’ attività molto più ampia e ricca rispetto al nostro Istituto Italiano di Cultura, che pure lavora con grande dedizione e impegno ma non ha i margini, anche economici, per poter sostenere una progettualità organica”.
Cosa fare per valorizzarla? “Un primo passo importante è proprio quello di non dipendere direttamente dalle scelte istituzionali per promuovere la cultura. Acquisire indipendenza valorizza il merito e la ricerca di nuove fonti di finanziamento”.
Perché hai scelto New York e in che modo oggi ti senti newyorchese? “Ho scelto New York perché in America è possibile imparare più che in Europa come reperire risorse per sostenere il lavoro creativo. Ho voluto interpretare la situazione in cui verte oggi la cultura italiana contemporanea come un’opportunità di crescita importante che potrebbe realmente rappresentare un nuovo Rinascimento per le nostre arti e per il nostro patrimonio. Inoltre a New York è difficile sentirsi troppo a proprio agio, specialmente se si decide di concentrare tutte le energie su un progetto da costruire totalmente. È la città giusta per non cedere alla stanchezza, per lavorare sodo sull’obiettivo, per non rilassarsi mai. Ma è anche una città che sa ripagare gli sforzi e i meriti”.
L’Italia vista da NY? “L’epoca contemporanea ha la magia della comunicazione che ci fa sentire immersi nella nostra comunità originale anche se lontani. A New York capisci che in Italia ha attecchito un pensiero perdente, indotto, che fa la fortuna dei mediocri e appiattisce le persone di valore. È un vero peccato. Se iniziassimo a voler percepire la bellezza che ci circonda partendo dal nostro ambiente e decidessimo di non lamentarci ma di agire in controtendenza saremmo un bellissimo Paese e sapremmo anche valorizzare i nostri immensi tesori. Molto tempo viene invece impiegato a cercare il colpevole e a non assumersi responsabilità, a subire e non a risolvere. Il popolo italiano ha tante capacità, ma le risparmia, a volte sino a dimenticare di averle. Non è un caso che gli italiani più intraprendenti li ho conosciuti all’estero”.
Tornando alla percezione della cultura italiana, come è cambiata in questi ultimi 50 anni? Cosa significa oggi Italia per gli americani? “Se prima di 50 anni fa si emigrava per fuggire dalla povertà, con poco o niente a disposizione e con l’esperienza di un lavoro manovale, dagli anni ’70 in poi ci sono stati tanti altri tipi di immigrazione italiana a New York. Molti professionisti, persone che hanno avuto modo di specializzarsi e successivamente inserirsi socialmente, economicamente, culturalmente. Questo ha sicuramente portato un flusso molto importante di cultura che è durato sino alla metà degli anni ’90 arrestandosi prima gradatamente con l’apertura delle frontiere europee e poi repentinamente dopo la caduta delle torri gemelle e le crisi internazionali che si sono succedute. La percezione è che l’Italia per gli Americani sia una meta ambita, ma anche lontana più di quanto per gli italiani sia lontana l’America. In questi anni ho conosciuto molti americani che amano l’Italia, desiderano imparare la nostra lingua e sono affascinati dalla nostra storia. Ci vedono come una terra felice, dove splende sempre il sole, dove si mangia bene, si vive immersi nell’arte, e dove le persone hanno tanto tempo da dedicare a sé e ai propri interessi… in effetti… come dar loro torto! Questo è ciò che appare ma c’è tanto da fare per trasformare la nostra essenza”.
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