HOCKEY SU PRATO, IL TRIONFO DELLE DONNE SARDE: LO SCUDETTO IN SARDEGNA E’ ARRIVATO NON SOLTANTO CON IL BASKET MASCHILE


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Portano a casa il titolo più ambito, dopo ben 28 anni. La sfida decisiva, per la serie A di hockey su prato femminile, ha visto affrontarsi sul campo due squadre cagliaritane. Un derby acceso, nel quale ha avuto la meglio l’Amsicora Cagliari. Le guerriere dalla maglia verde sono ancora cariche di adrenalina, ma iniziano a godersi la meritatissima vittoria, presto resa ancora più bella dal trionfo della squadra maschile, arrivato qualche settimana dopo. Non hanno l’aria delle sportive consumate, sono ragazze semplici. Molte ancora studiano, altre si dividono tra lavoro, famiglia e voglia di giocare che non passa mai. Hanno iniziato quasi tutte a scuola, quando ancora erano bambine. Si sono innamorate di questo sport totalizzante, al quale dedicano tre pomeriggi a settimana e tantissime energie, finalmente ripagate dal grande successo, strappato alla Ferrini.  Ci incontriamo al tramonto, al campo delle ragazze. Quello che Roberta Lilliu, la veterana del team, portiere con un passato in nazionale e oggi capitano della squadra sarda, ha conosciuto quando ancora ci giocava il Cagliari. All’Amsicora si respira aria di successo. Ne sono una prova i trofei allineati su più ripiani in sala coppa, il fiore all’occhiello della società, che vanta primati in tutte le discipline. Con immenso orgoglio il capitano ci guida in un giro panoramico, che termina in panchina, dove le giovani si dispongono in maniera non troppo ordinata per raccontare le belle avventure che questo sport poco conosciuto gli ha fatto vivere. Il vociare confuso rende il lavoro abbastanza complicato. E così si accavallano i ricordi delle gemelle De Guio, Marta e Giulia,  di Agnese Grossi, Francesca Denotti, Macarena Ronsisvalli (italo-argentina), Federica Carta, Federica Polo, Arianna Tronci, Federica Mereu, Livia Ruiu, Giulia Massidda, Martyna Domagalska (polacca), Teresa Della Vittoria, Maryna Vynohradova (ucraina), Gloria Scenna (argentina), Enrica Mascia, Costanza Dessì, Celina Traverso (italo-argentina) e Sara Belloni. Sono loro le campionesse d’Italia. Nell’anno della scomparsa dello storico capitano della squadra, Virna Fabiani, giocatrice di punta negli anni ’80, che con le sue compagne conquistò il primo scudetto femminiledell’Amsicora nel 1983 (vinto poi per altri tre anni di seguito nelle stagioni 85-’86-’87), le giovani fanno parlare nuovamente della formazione cagliaritana. Allenate duramente daRoberto Carta, dicono di aver finalmente raggiunto la maturità necessaria per giocare sul serio. «Erano anni che meritavamo il titolo, ma ci mancava la convinzione e la concentrazione per vincere la finale» spiegano. «Abbiamo fatto un bel campionato, lo abbiamo dominato, nonostante i numerosi infortuni che hanno caratterizzato questa stagione». «Volevamo una finale sarda – aggiunge il capitano Roberta – e volevamo una vittoria. Per noi è faticoso giocare con la Ferrini. Ci conosciamo benissimo e affrontare un avversario noto è sempre un’arma a doppio taglio. E poi abbiamo uno stile di gioco diverso». «È uno sport faticoso, molto più del calcio» chiosano le ragazze. A confermarlo con decisione è Costanza, figlia d’arte che ha preferito l’hockey su prato alla palla di cuoio. Con suo papà Riccardo, ex campione rossoblù che appese le scarpette al chiodo per diventare medico, guarda sempre le partite di calcio, ma ciò non le impedisce di ricordargli che «l’hockey è molto meglio!». La numero 23 della squadra è un’eccezione, l’unica che ha scoperto questo sport a 19 anni. Si allenava proprio all’Amsicora, ma faceva atletica leggera. Incuriosita, aveva deciso di provare. «Inizialmente è stata dura. L’hockey è uno sport molto tecnico, che richiede tantissimo allenamento, specie per chi vi si avvicina da adulto. Ma a me piaceva tanto e così ho iniziato ad allenarmi mattina e sera, per recuperare il divario con le mie compagne». Sono una grande famiglia, le giovani giocatrici con la gonna. Si definiscono «la banda del metro e cinquanta», a conferma del fatto che questo è uno sport a misura di donna sarda. Fra loro ci sono però delle donne sarde d’adozione. Gloria ha passato l’ultimo anno a Cagliari, ma presto tornerà nella sua Argentina dove l’hockey è uno sport molto praticato. Ha 21 anni, studia Economia e in Sardegna ha trovato l’amore, unica nota dolente, nell’ottica dell’imminente partenza. Anche per Martyna e Maryna l’amore è stata la molla determinante per approdare sull’Isola. La prima, che già giocava ad hockey in Polonia, ha conosciuto il suo compagno durante un torneo. «Sono venuta a vivere in Sardegna per amore, sette anni fa. Ho avuto una fantastica accoglienza da parte delle mie compagne di squadra, che reputo la mia seconda famiglia. Sarei bugiarda a dire che non mi manca la mia terra, ma qua sto benissimo». Maryna, campionessa di lungo corso, è ora mamma di una bella bambina, Maria, sempre presente tra il pubblico, in casa e in trasferta. Ha due anni, dei bellissimi occhioni. Tutti la coccolano, provando a farle fare i primi lanci con un piccolo bastone. È la mascotte della squadra, un vero e proprio portafortuna. «Abbiamo perso solo quando lei non è venuta a fare il tifo per noi, per colpa della pioggia incessante», si affrettano a precisare. «Fare la mamma e giocare a hockey è faticoso. Serve tanta organizzazione – dice Maryna – ma non è impossibile. Mi piacerebbe che anche mia figlia, che ha sempre respirato questo mondo a pieni polmoni, iniziasse a giocare. Ma sarà una sua libera scelta, nessuno cercherà di persuaderla». Teresa, detta Terry, è la più piccola del gruppo. Anche lei donna sarda d’adozione, ma torinese di nascita. Ha festeggiato nell’Isola i suoi 18 anni. A settembre 2014, quando è arrivata, doveva iniziare il quarto anno del liceo artistico. «Sono venuta qua perché volevo giocare in una squadra più forte – dice senza mezzi termini – e l’impatto non è stato semplice, essendo abituata a un livello più basso. Mi sono subito ambientata, mi piace la città… e poi c’è il mare». Adesso che la bella stagione è arrivata, quando possono le ragazze passano le giornate in spiaggia. «Trascorriamo tantissimo tempo insieme, compatibilmente con gli impegni di ciascuna», dicono. «Ci sono solo due motivi per lasciare l’hockey: se non ti trovi bene con il gruppo o se non riesci a far combaciare gli allenamenti con gli orari di lavoro». Per lo sport su prato che diventa di anno in anno più spettacolare, attirando stagione dopo stagione qualche curioso in più sugli spalti, non esiste il professionismo. La benzina per andare avanti sono la buona volontà e la passione di chi si allena, sacrificando le uscite del sabato sera per essere cariche durante il match domenicale.«Quest’anno è stato davvero tosto. Sapevamo di avere le carte in regola per portare a casa tante soddisfazioni e lo sapeva il nostro coach che ci ha spronate e sottoposte a duri allenamenti. Ma ci sono state anche le pacche sulla spalla, da vero papà», osservano con tenerezza. «Cosa ci aspettiamo per la prossima stagione? Vogliamo proseguire su questo cammino e sogniamo un torneo internazionale».

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