IL PATRIMONIO DELLE MINIERE SARDE TRASMETTE MEMORIA ED UMANITA': IL TRIBUTO DI DONNE E BAMBINI

lavoro femminile nelle miniere: le cernitrici

lavoro femminile nelle miniere: le cernitrici


di Cristoforo Puddu

L’attività mineraria della Sardegna (8.000 anni segnati dall’estrazione di argento, ferro, piombo, zinco, rame, fluorite, barite, carbone, talco, etc. ) custodisce storie lavorative di profonda drammaticità e sofferenze che l’estrema solidarietà, plasmata dalle mille insidie e pericoli della vita nel sottosuolo, ha trasmesso come patrimonio di memoria ed umanità di generazione in generazione. In questo incomparabile patrimonio rappresentato da generazioni di minatori -che non dovranno essere mai condannati all’oblio- hanno parte attiva tante donne e bambini. Il bacino minerario dell’Iglesiente, secondo dati relativi al 31 dicembre 1919, contava l’opera di 1.168 donne e di ben 628 minori di 10 anni e più, impegnati in laverie e nella cernita dei minerali. Da un’accurata ricerca condotta dall’A.MI.ME (Associazione Minatori e Memoria) sui lavoratori vittime di infortuni mortali nelle miniere sarde, riguardante il periodo 1861-2000, sono stati computati finora 1.591 casi. Vittima “illustre” delle miniere sarde fu anche il diciottesimo papa della Chiesa cattolica Ponziano, venerato santo martire e che regnò dal 230 al 235. Deportato in Sardegna (ad metalla), in seguito ad una persecuzione diretta ai vertici della cristianità sotto l’imperatore di origine trace Massimino, il papa condannato ai lavori forzati vi morì nel 237.  L’impiego e sfruttamento lavorativo femminile nelle miniere dell’Isola, documentato da metà Ottocento per il ruolo senza garanzie sociali e protrattosi fino agli anni Quaranta del XX° secolo, hanno significato enorme ed ulteriore profitto per le Società minerarie soprattutto per la disparità retributiva, non equiparata a quella degli uomini, e per la discriminazione complessiva alla componente femminile. Tristi pagine di incidenti in ambito minerario riportano all’immane tributo pagato da donne e bambine: undici vittime, travolte dal tetto della loro baracca-dormitorio e dall’acqua fuoriuscita per la rottura di un serbatoio di 80 metri cubi della vicina laveria, il 4 maggio 1871 nel cantiere di Atzuni della Miniera di Montevecchio. E ancora donne vittime nella Miniera d’Ingurtosu-Arbus (27 aprile 1896), nella Miniera di Genna Arenas-Buggerru (18 marzo 1913) e tantissimi bambini periti nei diversi cantieri. La stessa sommossa del 1906, a Gonnesa, ha in Federica Pilloni la sua vittima-eroina: uccisa perché manifestava contro il rincaro del pane. La raccolta di testimonianze sull’esperienza femminile in miniera si sta realizzando per la sensibilità di appassionate ricercatrici (consigliamo la lettura degli scritti di Iride Peis Concas), di Amministrazioni Municipali, Commissioni Pari Opportunità e l’encomiabile lavoro complessivo dell’Associazione Minatori e Memoria (a.mi.me@tiscali.it) presieduta da Silvestro Mocci.

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