
Myriam Costeri 18 anni di Gavoi, suonatrice di organetto
di Daniele Maoddi
“Una vita senza musica è come un corpo senz’anima,“ disse qualcuno, e quanto sono vere queste parole per chi, come me, ama la musica”. Myriam Costeri, 18 anni compiuti lo scorso agosto, la musica ce l’ha nell’anima e nel sangue. La sua passione è, da parecchi anni, l’organetto, simbolo e pezzo forte della storia musicale e tradizionale della nostra Isola.
Quando è nata la tua passione? “All’ età di undici anni penso di aver sentito dentro di me la vocazione. Esattamente come un giovane mistico avverte “la chiamata”; quella voce ti invita a seguire una strada, quel qualcosa ti intriga a tal punto che ti trascina e ti trasporta”.
Myriam vive a Gavoi il suo paese, dove frequenta il liceo classico. L’anno prossimo inizierà l’Università e le buone premesse, grinta e determinazione per prime, non sembrano mancare. Come vivi la tua giornata? “Le mie giornate sono pienissime, tra esercitazioni all’organetto, danza, lettura. Quanto mi piace leggere: ho terminato da poco “Accabadora “di Michela Murgia che a dispetto del titolo non è un inno all’eutanasia: è un inno alla vita! È affascinante, descrive i nostri ambienti come una fotografia. E leggo anche Topolino ogni settimana!”.
Che cos’è per te la musica? “Credo che la musica sia qualcosa che nasca dal cuore, qualcosa cioè che non si può cucire addosso: o ce l’hai o non ce l’hai, una recente scoperta scientifica parla di geni musicali scritti nel dna. Ci credo, penso che questo sia vero. Se ritorno indietro con la mente a quando ero bambino ricordo come mi divertivo a giocare con le pianole e a scandire il ritmo tamburellando mani e piedi. Così quando i miei hanno capito che dentro di me c’era una propensione musicale e mi hanno accompagnato da un maestro di organetto, questi non ha creduto al fatto che io non avessi mai imbracciato lo strumento”.
Il mio maestro Francesco Urru di Gavoi non è uno come tanti. Suona ad orecchio l’organetto, ma legge anche la musica ed è anche un bravo compositore”.
Raccontami un episodio importante della tua vita in cui la musica ha rappresentato un’emozione e un ricordo incancellabile. ”All’esame di terza media chiesi alla mia prof. di presentare il ballo di Gavoi suonato con l’organetto, ma lei rispose che non gradiva “riti dionisiaci” . Al suo rifiuto non mi persi d’animo e la sfidai, d’accordo col mio Maestro, proponendole “L’Inno Alla Gioia” di Beethoven”, suonato ovviamente con l’organetto e – considerato che la tesina verteva sul romanticismo – la cosa venne accolta di buon grado! Fu una grande soddisfazione!”.
La tradizione sarda? “Alle note del ballo sardo “si c’andana sos pedes solos”, i piedi partono da soli. Per me è davvero coinvolgente. Amo ballare tutti i balli sardi, qualsiasi ritmo della Sardegna, dalla Gallura al Campidano, dalla Baronia al Sulcis. Ballare è un importante evento collettivo, un antico rito di socialità, misto a magia, che si perde nella notte dei tempi. Amo le nostre radici, indosso il costume sardo con piacere, mi sento orgogliosa di essere parte integrante di questo mondo dalla forte identità. Rimango ammaliata dal canto a tenore, il veicolo principale di trasmissione della poesia. La musica, il canto, possono apparire tra gli aspetti più deperibili della cultura popolare, poiché affidati all’oralità. Eppure questi ritmi e queste melodie, a dispetto della loro “incorporeità” presentano caratteri duraturi e consistenti. Così anche nel ballo si ritrova l’origine della musica, legata ai ritmi che gli strumenti producono. Nei balli di Gavoi troviamo la storia di un pulsare millenario, partendo dal simbolismo magico e religioso che la musica e la danza esprimono, fino al rituale conservativo che racchiude il temperamento e l’inquietudine di un popolo, l’orgoglio della stirpe, il suo sentimento”.