Tottus in Pari, 255: Piromani!

Il diavolo non lo vedi, ma c’è, intorno a noi. Se si presentasse col suo vero volto gli uomini fuggirebbero atterriti. Ma il diavolo si maschera, assume sembianze diverse, accattivanti, suadenti, rassicuranti: così ci inganna, plagia la mente umana e fa adepti per l’esercito del male. Il diavolo lo riconosci solo dalle tracce del suo passaggio, dalle orme lasciate sulla terra calpestata e ammorbata dai suoi fetidi zoccoli da caprone. Esiste il male ed esiste il bene: angeli e demoni. Sono fra noi, ci accompagnano nel lungo o breve cammino della vita. Ma la loro immagine non è quella della iconografia classica, ecco perché ci è difficile individuarli. Bisognerebbe imparare molto presto a riconoscerli e distinguere gli uni dagli altri, per sapere chi sia il nostro compagno di viaggio. Eppure, talvolta, basta guardarsi intorno per vedere, chiarissimi, gli effetti di questa guerra che Satana ha dichiarato all’uomo e che attua servendosi dei suoi seguaci. Basta osservare la desolazione, la morte; boschi, pascoli, vigneti, animali, carbonizzati dalle fiamme, la terra ridotta ad un deserto di cenere, il silenzio dello sgomento. Ecco, sono davanti agli occhi le tracce del passaggio di Satana

La Sardegna purtroppo, bella e paradisiaca finché si vuole, con l’avvento dei mesi caldi, tra luglio e agosto in particolar modo, diventa un tizzone ardente incontrollabile. Migliaia di ettari di bosco e macchia mediterranea in fiamme nelle quattro province. Con piromani abbietti e scatenati, in mezzo alla noncuranza della gente, gli incendi dolosi con il gran caldo si moltiplicano a dismisura. Gli incendi si scatenano sempre in punti diversi e sempre nel momento peggiore. Sperare nella pioggia è troppo limitativo. Il levante soffia inesorabile, è vana la speranza che nessuno lasci accesa la brace. Macchie nere e sterpaglie sono lo sconsolato panorama del dopo, laddove un tempo c’erano boschi e foreste, faggeti e uliveti, ginepri e mirtilli. Sono tutti danni incalcolabili che rimangono indelebili nel terreno e nelle coscienze di ognuno di noi. Il valore delle perdite, considerando però solo i beni stimabili, quindi ad esempio la produzione legnosa, il servizio ricreativo ed idrogeologico e la stabilizzazione del clima, a volte è incalcolabile. I dati danno le risposte che tutti sospettano: è l’uomo la causa dell’incendio. Il Corpo Forestale Sardo si è si rinforzato, anche con una struttura investigativa sul territorio, coinvolgendo direttamente la gente comune, ma non è bastato. Il Ministro dell’Ambiente aveva dato il via ad un piano che prevedeva il coinvolgimento anche degli obiettori di coscienza nelle attività di supporto ai centri antincendio, avvistamento, sorveglianza e rimboschimento. Le sigarette, le scintille incontrollate nelle giornate ventose hanno fatto il resto, e i boschi di macchia sono soppiantati da cespugli radi, con una desertificazione che avanza inesorabile. Questa storia degli incendi, appiccati nelle zone ad alta densità turistica che ha flagellato la Sardegna nel periodo estivo, deve davvero terminare. L’esperienza drammatica di ogni anno e questo in particolare, in tutta l’isola, consiglia vivamente di riflettere su come trovare le normative adatte e soprattutto efficaci per contrastare quella che potrebbe diventare una vera e propria "industria del fuoco". Disegni strategici mirano a deturpare il volto roseo del turismo sardo per incenerire per sempre la vetrina delle vacanze da sogno. Interessi speculativi dell’ecomafia e dell’ecocriminalità sono costantemente al vaglio di specifici approfondimenti investigativi. Quelli del fuoco sono colpi mortali alla macchina del turismo, oltre alle decine di ettari di bosco e macchia mediterranea che vanno inesorabilmente in fiamme. Un dazio davvero pesante che l’isola paga suo malgrado. Si richiedono pene molto severe per chi commette un vero e proprio attentato contro la natura, l’ambiente e il creato. Fino a quando durerà questo clima, ogni fiammifero acceso è un pericolo devastante. Incendiari e piromani: sarebbe ora che venissero considerati come criminali di massima pericolosità sociale. È evidente la volontà di terrorizzare. I roghi sono pianificati, esplodono in una stessa zona in più punti. Incendiano le coste, impauriscono i turisti, bloccano lo sviluppo economico. Questi non sono semplici piromani, psicopatici, ma liberi professionisti che hanno una posizione e appiccano incendi per altri interessi occulti. Succede che se prima gli incendiari si muovevano per fare qualcosa (bruciare uguale costruire), ora, ed è un’ipotesi delle tante, agiscono anche per non fare qualcosa. I roghi colpiscono non solo boschi nell’entroterra, ma in particolare aree vicine alle coste, al mare, al turismo. In Sardegna, il fuoco, che prende di mira le località di villeggiatura più "in" come la Costa Smeralda, cercando di far perdere la fiducia nella serenità di questi luoghi, ha provocato e provocherà in futuro ancora danni economici. Fiamme sempre partite nello stesso momento in diversi punti: incendi dolosi quindi. Metodi per disorientare la macchina antincendio, per sfinirla. Soccorsi posti in condizioni di grave difficoltà. Una scelta terroristica, se per terrore s’intende creare un senso intenso di paura e sgomento. Quali interessi allora? Criminalità organizzata che si spinge verso la speculazione edilizia o addirittura la creazione di luoghi per la collocazione di rifiuti più o meno pericolosi e un altro ancora può essere la fornitura di posti di lavoro. E poi l’ipotetico interesse a disincentivare attività come il turismo. Un po’ di tutto, insomma, con condimenti di vendette, invidie locali per consegnare i terreni all’improduttività. Appiccare un incendio a due passi dal mare, dai villaggi turistici, tra un camping e l’altro, è anche un modo per scoraggiare investimenti: per creare depressione economica. Gli organici per contrastare il fenomeno del fuoco sono comunque esigui. La Sardegna da questo punto di vista deve raggiungere delle certezze: come il progetto del telerilevamento che, attraverso il costante monitoraggio del territorio, farebbe scattare gli interventi non appena un focolaio viene avvistato. Uno strumento di controllo sicuramente costoso, ma ottimo. L’intero patrimonio verde italiano è minacciato, ogni estate, dagli incendi. Oltre il 60% dei quali ha un’origine dolosa. In 30 anni, dal 1972 al 2002, il 12% del territorio è stato distrutto dai roghi, con la perdita del 19% delle foreste. Nel Mediterraneo ogni anno, secondo il WWF, sono più di 50mila gli incendi che bruciano dai 600mila agli 800mila ettari dei Paesi del bacino. In Italia, a distruggere boschi, foreste e pascoli, sono quasi esclusivamente roghi di origine dolosa. E i dati delle indagini conoscitive annuali del Corpo Forestale dello Stato mettono in evidenza come il fenomeno sia in preoccupante aumento. Colpa della legge che non viene applicata, accusano le associazioni ambientaliste e il Corpo Forestale. Perché, dietro alle fiamme che straziano i nostri boschi, non ci sono i balordi dal fiammifero facile, ma si nasconde quasi sempre l’ombra della criminalità organizzata, che ha trasformato gli incendi in un business redditizio. La legge quadro sugli incendi boschivi, la migliore a livello europeo, se venisse applicata, decreterebbe la fine degli incendi a scopo speculativo. La legge obbliga i Comuni a realizzare ogni anno una mappatura aggiornata delle zone i
ncendiate da riportare a catasto. In questo modo si avrebbe un monitoraggio puntuale delle aree che hanno subìto un incendio e quindi si potrebbero applicare i vincoli strettissimi della legge. Ma i Comuni sono molto indietro e pochissimi hanno presentato la mappa. In che modo la legge potrebbe fermare i piromani? Le zone boscate e adibite a pascolo segnate dalle fiamme non possono mutare la natura del loro territorio per almeno 15 anni. Ciò significa tagliare le gambe a coloro che appiccano il fuoco proprio per accrescere i pascoli o i territori coltivabili. Per 10 anni, poi, è vietato realizzare su queste zone edifici, sia abitazioni che industrie (sono consentite solo opere pubbliche indispensabili, come fognature, linee elettriche o telefoniche). Questo renderebbe innocua quella parte di criminalità organizzata che accende i roghi per procurarsi aree edificabili a un buon prezzo. Infine per 5 anni è impossibile il rimboschimento tramite fondi pubblici. Questa norma neutralizza un’altra fetta di incendiari: i vivaisti che cercano di beneficiare dei fondi statali. Ultimamente si è notata l’esistenza di un ulteriore tipologia di appiccatori di incendio: quelli che grazie alle fiamme nascondono lo smaltimento illegale di rifiuti. Una piccola percentuale degli incendi dolosi è imputabile a coloro che invece il fuoco dovrebbero spegnerlo. Operatori degli enti locali, guardie forestali, per esempio. L’illusione è quella di creare più lavoro. In realtà oggi la maggior parte del personale è impiegata nella prevenzione, più che nello spegnimento delle fiamme. Incendiari per caso sono gli agricoltori. A loro sono imputabili la maggior parte degli incendi colposi, risultato di un incidente, spesso di una scorretta procedura nel bruciare le stoppie o i residui vegetali per ripulire i terreni incolti. Il classico mozzicone di sigaretta, invece è responsabile per il 15% degli incendi. Prevenzione è la parola d’ordine per chi protegge i boschi. Avvistare il fuoco in tempo significa domarlo presto. Da millenni, la Sardegna è stata chiamata dai suoi stessi abitanti "terra brujada". Segno evidente che la piaga affonda le radici nella preistoria. Ma l’epiteto, in quei tempi lontani, non faceva paura. Erano soprattutto pastori e contadini ad appiccare il fuoco, generalmente a fine estate: per avere pulita l’erba che insaporiva il latte e i suoi prodotti o per liberare dalle erbacce e dalle radici cespugliose la terra destinata alle semine. Si sapeva che gli uomini di campagna, pure senza grandi cognizioni scientifiche, cercavano di salvaguardare i virgulti più giovani e sani sacrificando gli alberi ormai malati per la provvista della legna invernale. Ora è tutto cambiato. Soprattutto è mutata la mentalità della gente: proprio durante il millennio che avrebbe dovuto, nelle aspettative comuni, possedere mezzi miracolistici per salvare e valorizzare il nostro prezioso patrimonio terriero. Adesso, alle speranze è subentrata la paura, per non dire il terrore, se è vero che oltre alla flora stanno soccombendo alle fiamme gli animali selvatici e da allevamento; senza contare le vite umane, sacrificate sull’altare di una mafia avida e senza scrupoli, in cerca di facili arricchimenti. Dopo le ultime stagioni, nessuno, infatti, crede più al piromane isolato, all’allevatore invidioso del collega. I roghi che hanno divorato, grazie anche alle estati torride, i nostri beni ambientali sanno di progetto mafioso. I continui assalti delle fiamme soprattutto a nord dell’isola, dove lo sviluppo turistico costiero e dell’immediato entroterra sta attirando l’alta borghesia italiana ed estera, non sono certo opera di pochi pazzi o di meschine gelosie individuali. Ormai, e credo sia difficile negarlo, siamo di fronte a squadre attrezzate, alla cui guida sta presumibilmente una regia unica. La Sardegna settentrionale in particolare, ma ormai anche quella meridionale e centrale, fanno gola a grandi imprese del settore, che in pochi anni si sono visti portare via clienti di lusso, capaci di lasciare nei posti di villeggiatura milioni e milioni di euro. Il fuoco, che induce nei turisti terrori apocalittici, è un elemento efficacissimo per costringere verso lidi più sicuri il popolo vacanziero, soprattutto quello con le tasche ben fornite. Non è però escluso che dietro le squadre assassine agisca un preciso terrorismo politico deviato. In altre parole: via dai mari, dai boschi, dagli agriturismi affermati gli attuali padroni per lasciare spazio ad altri di natura "diversa". Il piatto è ghiotto: montagne di soldi con i quali si possono costruire fortune economiche e di potere. Naturalmente fuori dalle regole democratiche. In ogni caso, l’isola rischia di soccombere in pochi anni, mentre sono sempre dilaganti l’emigrazione e la disoccupazione. Se questa è la situazione, aerei ed elicotteri non serviranno pressoché a niente. Infatti, l’area che si salva quest’anno è destinata ad andare in cenere il prossimo. E allora? Rafforzare le flotte del cielo e le squadre di terra? Servirebbe, probabilmente, a spendere un altro mare di soldi, oltre a quelli che già si spendono, solo per rinviare ad altra data il disastro totale. Forse, invece, bisogna fare qualche passo indietro, tornare in parte alle origini, se vogliamo realmente evitare la desertificazione generale della nostra terra. Il fiume di denaro che sgorga dalla Costa Smeralda e da altri siti turistici all’avanguardia in Sardegna, non vanno ad innaffiare le nostre città, i paesi e le campagne. Perché il formaggio, il vino, il pane, il prosciutto, gli insaccati, i dolci e gli altri prodotti che servono al turismo non provengono certo da colture isolane. Forse è davvero tempo di cambiare politica. E qui entra in ballo la Regione Sardegna. Bisogna studiare un piano in grande stile, utilizzando tecnici che facciano in modo che i contadini tornino a lavorare la terra, con aiuti sostanziosi: così gli allevatori, i coltivatori di ortofrutta, i pescatori, i vignaioli e così via. Ma con la garanzia che i prodotti saranno indirizzati ai grandi alberghi e alle ville delle coste e dell’interno dell’isola. Naturalmente un’operazione simile ha un costo; perché chi sta a contatto con la terra dovrà provvedere anche a salvaguardarla dal fuoco; non facendo la guardia estiva ma rendendosi responsabile di ampi spazi di terreno per tutto l’anno, aiutato magari dai soldi che oggi si spendono, spesso male, nei mezzi aerei. Ognuno, però, dovrà rispondere del proprio operato. L’incendio si doma con interventi tempestivi. Perciò ogni responsabile o proprietario coltivatore e allevatore dovrà disporre di una squadra a terra e di vedette, con il coordinamento dei rispettivi comuni e l’intervento dei mezzi aerei solo se strettamente necessario. È ovvio che le squadre, quando non saranno impegnate in opere di spegnimento, dovranno creare, nel corso dell’anno, fasce parafuoco attorno alle zone coltivate, ai boschi, alla macchia mediterranea e ripulire i sottoboschi. Esattamente come accadeva, gratis, da parte dei proprietari molti anni fa. Oggi si potrebbero ripetere tutte queste operazioni, pagando le squadre forestali, incentivando agricoltori e allevatori, ove necessario. Può sembrare utopia. Ma basterebbe sedersi attorno ad un tavolo per discuterne. Chissà che il millennio della tecnologia avanzata non riesca a salvare l’isola servendosi di mezzi e metodi antichi, che però erano illuminati dall’intelligenza e dall’onestà.
Massimiliano Perlato

SARDEGNA, SOGNO BRUCIATO IN UN POMERIGGIO D
I MEZZA ESTATE

TERRA ARSA

Oggi siamo tutti più poveri economicamente, abbiamo meno boschi, paesaggio e possibilità, è come se qualcuno in borsa avesse bruciato i vostri investimenti, i vostri risparmi di 50 anni. Tuttavia, chi lo ha fatto, lo ha fatto deliberatamente, Vi ha sottratto un pezzo di futuro. Non possono esser stati dei ragazzini annoiati o degli idioti che vogliono liberarsi dei turisti. A Torralba? sul monte Arci…, a Arenas, a Loiri, a San Teodoro, nooo!! Qualcuno, lo fa pensando che qualcosa volga a suo favore, e non è facile capire quale è il ragionamento.. Se entro 15 anni non si può cambiare da una destinazione d’uso ad un’altra, un terreno incendiato, se entro 10 non si può costruirci, e per 5 non ci si può pascolare, a che serve? Se l’antincendio è professionalizzato e non si assume gente in funzione degli incendi e magari si compensa il servizio per il conseguimento di risultati, e quindi a che serve? Può essere utile per allontanare i turisti, ma son già pochi, oppure può essere utile per costruire tra 10 anni, degli agriturismi nelle campagne bruciate. Il bosco non torna in 10 anni, non torna nemmeno in 25, forse in 50! Noi tuteliamo gli arginelli dello Stagno di Molentargius per il fenicottero, i Sette Fratelli o il Monte Lora per 4 aquile, la costa di Bosa per i grifoni o l’area di Piscinas per i cervi, e poi, in 10 ore sono bruciati 100 siti di interesse comunitario, 3 parchi, protetti per anni dalle azioni pericolose, puntuali, minute. Forse molti pensano che questo produca qualcosa di positivo e probabilmente non si rendono conto che non lo porta, che non è possibile e che comunque, tutto ciò, ci condurrà a vivere peggio, noi, loro ed i loro figli e nipoti. Quando sparisce l’ombreggio, aumenta l’irraggiamento del suolo, i suoli si asciugano prima, l’aridità estiva arriva prima. I suoli asciutti sono più difficili da imbibire, sono meno permeabili, le piogge estive ed autunnali erodono più velocemente lo strato di alcuni cm, superficiale, quello più fertile, che sparisce, scompare e riprende seriamente solo quando la vegetazione è ricca, a foglie larghe (corbezzolo, querce….). Facendo così aumentiamo le possibilità di inondazione a settembre, ottobre, novembre, e non servono i soldi dell’Unione Europea, non servono i metodi di tutela idrogeologica, e molti morti possibili sono in agguato per frane o inondazioni. Il recupero è lento ed intanto noi, autolesionisti, siamo qui a dire che è arido, ma se il suolo è arido, c’è meno condensa e si formano e fermano meno nuvole e piove meno. Noi tagliamo gli alberi, cancelliamo i filari di ombreggio lungo strade e ferrovie, gli eucalipti nelle aree della bonifica e della riforma, abbassiamo il vento al suolo, riduciamo le zone d’ombra, le siepi, gli alberi in città e nei paesi, diminuiamo il fresco, aumentiamo il calore al suolo e l’evaporazione. Il bestiame figlia di meno, ha latte meno ricco e gli allevatori guadagnano meno, i coltivatori anche. Il caldo non consente di vivere, non consente di pensare, di avere pensieri liberi e far aumentare il caldo, la temperatura, vuol dire dover indirizzare risorse per ridurla. Questo è un modo per limitare la libertà di tutti, ognuno vedrà ridotte le possibilità dei propri figli e le proprie, sia economiche che di pensiero. I morti non sono solo due, i morti sono tanti, ma i non nati sono molti di più perché l’impoverimento sociale e culturale sottrae più vite del fuoco. Un ettaro non bruciato è vita, vita guadagnata, vita attuale e vita futura, libera, ricca di pensieri, di verde, di fresco, di possibilità. Le possibilità cancellate in un momento dal fuoco, per 5, 10, 15 anni, sono pari alla durata dell’infanzia di 2 generazioni, che, dove è bruciato, non conosceranno la macchia, il bosco, la sua vegetazione, la sua ricchezza e saranno più poveri, di vita, di pensieri e di possibilità economiche, condannati da qualcuno che aveva pensato che il fuoco è meglio, il fuoco è grande. Siate intelligenti, ogni ettaro non bruciato sono vite future, benessere e libertà ed una buona premessa per la felicità.

Fausto Pani

 

PREVENZIONE ASSENTE E POLEMICHE INUTILI

LA TRAGEDIA DEGLI INCENDI

I video su Youtube mostrano colonne di fumo spaventose. Il cielo rosso. Le immagini che rimbalzano dalla Tv testimoniano la paura dei turisti e la disperazione dei residenti, costretti a rifugiarsi nelle chiese per sfuggire alle fiamme. Scene che purtroppo si ripetono nelle estati sarde. Scene che mostrano il lutto e la distruzione: due morti, danni per 80 milioni di euro, oltre 20 mila ettari di territorio distrutti e greggi carbonizzate. Poi il dolore. Quel dolore che diventerà reale nelle chiese di Mores e Pozzomaggiore durante le esequie delle due persone morte durante gli incendi. Ogni anno, si riparla di prevenzione, di uno schieramento di mezzi senza precedenti, ma quando la congiuntura di temperature bollenti e vento forte si materializza nell’Isola, il pericolo incendi si trasforma in paura e distruzione. Sembra quasi un segno del destino, ma sempre provocato da un cerino, una scintilla o una mano assassina. La natura, in questo caso, non basta a spiegare una simile distruzione. Inutile poi il rimpallo delle responsabilità sui soccorsi partiti in ritardo o i mezzi aerei che non bastano. A questo punto è troppo tardi anche per recriminare. La realtà è diversa: in una regione come la nostra, scarsamente abitata e sempre più abbandonata nelle zone interne, la prevenzione in campagna non esiste. Bisognerebbe pulire ettari ed ettari di terreni, non solo privati, che spesso rimangono intonsi, portare le greggi in zone più sicure. E soprattutto popolare le campagne, realizzare strade rurali, vasconi e sistemi per il trasporto e l’utilizzo dell’acqua in caso di incendio. Questo significa fare prevenzione. Mettere in moto i Canadair nei giorni a rischio, attenua il problema ma non sempre è risolutivo.

 

 

IL PETROLCHIMICO A PORTO TORRES NON CHIUDE … ALMENO PER ORA

SI RIDISCUTERA’ A SETTEMBRE

L’Eni non fermerà l’impianto di Porto Torres. Al posto dell’annunciata serrata di due mesi sarà programmato un ciclo di manutenzioni fino al 30 settembre che permetterà all’azienda a partecipazione statale di non mettere in cassa integrazione nessun operaio. L’accordo siglato a Roma dopo la riunione tra i rappresentanti della Regi
one (in testa il presidente della Giunta Ugo Cappellacci), l’ad dell’Eni Paolo Scaroni, il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola e i rappresentanti delle parti sociali è stato accolto da una soddisfazione bipartisan. L’intesa – almeno per ora – scongiura infatti lo smantellamento del petrolchimico turritano. Sul quale, tuttavia, rimangono molte ombre. Anche perchè il futuro della chimica sarda si potrà delineare solo dopo che le parti si incontreranno nuovamente in un apposito tavolo che verrà convocato ad ottobre. In ogni caso, per il momento, i lavoratori di Porto Torres non rimarranno senza stipendio. Un risultato, frutto della mediazione del ministro Scajola, che ha indotto gli amministratori del Sassarese a congelare le loro annunciate dimissioni. E il sindaco di Porto Torres Luciano Mura a tornare a casa dopo aver dormito per quasi una settimana in una tenda davanti ai cancelli della Polimeri Europa. «Abbiamo chiuso un accordo difficile con sindacati e Regione sulla chimica in Sardegna che porterà investimenti dell’Eni in Sardegna e ad una riorganizzazione della chimica in Italia», ha spiegato Scajola al termine del tavolo. Il piano di manutenzione dovrà prevedere a rotazione la fermata temporanea di singole produzioni al fine di ridurre le scorte. Ma non comporterà alcun esubero da parte dell’Eni. Lo stesso Silvio Berlusconi che ha seguito passo passo l’incontro in filo diretto telefonico con il presidente Cappellacci, ha espresso "profonda soddisfazione" per un risultato «che ha permesso di salvare molti posti di lavoro in Sardegna». «Continueremo a lavorare su questa strada», ha promesso Cappellacci. «Abbiamo scongiurato l’ipotesi della chiusura degli impianti -ha aggiunto il governatore -. Adesso credo sia giusto presidiare la situazione con la massima attenzione»..

 

 

SARA’ LA REGIONE SARDEGNA A GESTIRE LA NUOVA CONTINUITA’ TERRITORIALE

PARTIRA’ NEL 2010: SI RICORDERA’ DEI FIGLI LONTANI?

La nuova continuità territoriale sarà scritta e gestita direttamente dalla Regione. Un sistema tariffario contenuto anche per i passeggeri nati in Sardegna, anche se ora non più residenti. Questa è solo una delle importanti novità presenti nell’accordo raggiunto ieri a Roma dall’assessore dei Trasporti, Liliana Lorettu. La nuova continuità territoriale, quella che partirà dal prossimo gennaio 2010, sarà scritta e gestita direttamente dalla Regione, potrà contare su un numero di voli da e per la Sardegna adeguato alle esigenze dei passeggeri, così come l’utilizzo di fasce orarie considerate funzionali ai viaggiatori sardi e, cosa non da poco, prevederà l’estensione dei benefici di un sistema tariffario contenuto anche per i passeggeri nati in Sardegna, anche se ora non più residenti. E’ questo il significativo risultato ottenuto a Roma dall’assessore Liliana Lorettu, che ha portato avanti la linea politica definita con il presidente Cappellacci, nell’incontro al Ministero dei Trasporti sulla questione della continuità territoriale, al quale ha preso parte anche l’Enac. "Si tratta di un risultato storico – dichiara con soddisfazione l’esponente dell’Esecutivo – che giunge dopo un serrato negoziato con Ministero ed Enac dal quale è emerso chiaramente che la Regione è ormai matura per poter gestire interamente la partita della continuità territoriale aerea. Da gennaio 2010, quindi, la competenza sulla questione passerà da Roma a Cagliari, anche se è chiaro che continueremo ad avvalerci del supporto di esperienza e professionalità del Ministero. Stiamo intanto già lavorando su alcuni fronti che consideriamo irrinunciabili, come quelli legati alla frequenza dei voli e alla loro collocazione oraria. In questo senso posso aggiungere che anche le compagnie hanno ormai capito che quello che loro offrono deve essere un vero e proprio servizio reso in funzione delle esigenze dei passeggeri; è impensabile infatti che si continui ad avere, da una parte, alcuni voli con liste d’attese infiniti, dall’altra aeromobili che viaggiano praticamente vuoti, solo perché finora la frequenza e la scelta degli orari è stata determinata dalle sole esigenze dei vettori". Un altro passo avanti compiuto dalla Regione riguarda la questione del sistema tariffario. "Siamo a buon punto – rassicura l’assessore Lorettu – ed ora si tratta di individuare la soluzione tecnica più funzionale al soddisfacimento della esigenza di tutti gli utenti, tale da garantire una tariffa equa che assicura la vera. Su questo punto, così come anche sugli altri posti sul tavolo del confronto dalla Regione, abbiamo registrato una apprezzabile disponibilità da parte del Ministero, dell’Enac". "Messa in cantiere la definizione dei nuovi termini della continuità territoriale aerea, concentreremo i nostri sforzi – annuncia Liliana Lorettu – su un’altra questione di non minore importanza, la continuità territoriale per le merci. Sono certa che anche su quella partita riusciremo a far vincere la forza delle nostre ragioni".

 

 

LA SARDEGNA NON E’ SOLO MARE O L’EFFIMERA COSTA SMERALDA

AGRITURISMO SARDO IN CRESCITA

E l’alternativa d’offerta al turismo costiero è dato dalla grande diffusione di aziende agrituristiche, che si caratterizzano per qualità gastronomica, semplicità ed accoglienza, in strutture e percorsi di aree specificatamente agro-pastorali con autentici ed immutati segni della cultura e tradizione. La natura dell’agriturismo a mille sfaccettature e diversificazioni, sempre originali e mai schematizzabili, a seconda dell’ambiente o dal tipo di ospitalità familiare proposta. Attraverso il microcosmo dell’agriturismo è possibile promuovere un’economia di base e favorire la profonda conoscenza della realtà paesaggistica-ambientale, culturale ed umana dell’Isola. Fenomeno straordinariamente in crescita, si alimenta e consolida nel segno della vacanza diversa in ambienti integralmente ecologici e nella riscoperta di benefici alimenti dai genuini sapori mediterranei. In alcuni agriturismi, oltre all’oziosa riposante vacanza, è offerta anche un’intensa e alternativa attività (escursioni a cavallo, trekking, gite naturalistiche, visite archeologiche guidate, ecc.); talvolta anche il coinvolgimento diretto degli ospiti nelle mansioni lavorative della stessa azienda di agriturismo (orti-frutticoltura, apicoltura, cura degli animali, ecc.). Gli operatori sono sempre più spesso delle qualificate guide e degli ambasciatori di chiari valori rurali; patrimoni custoditi con sacralità da intere comunità e proposti ora secondo l’antica tradizione di ospitalità millenaria che caratterizza gli abitanti dell’Isola. In un ideale itinerario agrituristico si possono percorrere tutte le aree più suggestive del territorio della Sardegna: dalla Nurra, il Logudoro, il Goceano, la Gallura, la Barbagia, la Baronia, l’Ogliastra,
all’Oristanese, il Campidano, il Sarrabus e gli altipiani basaltici della Giara, tra il Sarcidano e Marmilla.

Cristoforo Puddu

  

LA MIA LUNGA BATTAGLIA PER LA VITA DELLE LAUNEDDAS

INTERVISTA A LUIGI LAI, IL SUONATORE PIU’ FAMOSO

La prima volta che sentii la musica delle launeddas avevo otto anni, chiesi cosa fosse quel suono meraviglioso a me sconosciuto: fu amore a prima vista. Sono passati tanti anni da quel momento, ed oggi eccomi qui ad onorare quello strumento e quella musica a cui ho dedicato la mia esistenza". Da tutti considerato il più grande suonatore di launeddas e il più importante depositario dell’arte, Luigi Lai ha quasi 80 anni ed è originario di San Vito. Ha incantato il mondo intero col suono magico di quest’antico strumento simbolo della millenaria tradizione musicale isolana. Deve la sua formazione ai due più importanti maestri del passato, Antonio Lara ed Efisio Melis. Poi è partito in Svizzera per 15 anni dove ha perfezionato i suoi studi in campo musicale nell’Accademia di Zurigo, imparando a suonare diversi strumenti. Ha collaborato con numerosi musicisti del calibro di Branduardi e De Piscopo, di cui conserva un ottimo ricordo, e ha inciso due cd, " Canne in armonia" e "S’Arreppiccu". Partecipando a diverse manifestazioni internazionali, ha fatto conoscere il suono della launeddas in molte parti del mondo e attualmente si è dato l’obiettivo di formare professionalmente tanti giovani sardi, aprendo l’Accademia a San Vito.

Come ci si sente ad aver raggiunto un traguardo così importante? Per fortuna non mi sento arrivato, perchè uno se arriva deve tornare indietro, quindi bisogna andare sempre avanti. Oggi il mio unico desiderio è che il Signore mi mantenga in salute. Ho ricevuto tanto dalla mia famiglia e dal mio pubblico, adesso è venuto il momento di seminare e io, statene certi, ho ancora tanto da dare. Grazie al fatto che ho studiato musica e suonato vari strumenti ho potuto mantenere in vita le launeddas, perchè se avessi voluto dedicarmi esclusivamente a questo bellissimo strumento, non sarebbe stato possibile perchè nel dopoguerra c’è stata l’invasione della musica americana e inglese. Per suonare un ballo sardo bisognava armarsi di coraggio, perché tutti fischiavano, lanciavano pomodori ed era avvilente il fatto che richiedessero soltanto la musica forestiera, "su ballu continentali", e ripudiassero quella sarda. Ma alla fine l’abbiamo respinta noi sardi stessi, non ce l’hanno tolta gli altri.

Cosa pensa della situazione attuale della musica di launeddas in Sardegna? Ultimamente c’è stato un bel risveglio, sono stato in Svizzera e al mio rientro, nel 1970, le launeddas erano completamente scomparse. La situazione era disperata perchè non si trovava più un suonatore nonostante nello statuto di Sant’Efisio ci sia scritto che non deve mai mancare. Ho cercato subito di porre rimedio cominciando ad aprire varie scuole e invogliando sempre più i ragazzi affinchè imparassero a suonarle con professionalità. Ora la paura che le launeddas muoiano non esiste più, la situazione si è risollevata completamente. Ho inaugurato l’Accademia a luglio dell’anno scorso: il mio principale proposito è quello di diffondere il più possibile il mio sapere e soprattutto di allargare la cerchia dei suonatori perchè il mondo è grande e bisogna farle conoscere il più possibile. Un tempo i suonatori costituivano un’élite ristretta, ognuno temeva che l’altro gli potesse portare via il lavoro, perchè le zone dove poter suonare erano poche, a differenza di oggi.

Come lavora la sua Accademia a San Vito? I miei allievi apprendono l’arte di suonare "i sonus de canna". Inoltre l’Accademia ospita l’esposizione di varie tipologie di launeddas, cimeli della mia carriera. Appesi al muro ho i manifesti dei miei concerti in giro per il mondo, il diploma di cavaliere conferitomi da Francesco Cossiga e la pergamena del "Premio alla Carriera", ricevuto a Cagliari in occasione del Jazz Expò 2007. Inoltre l’archivio fotografico e i tanti articoli a me dedicati dalla stampa locale, nazionale e internazionale. Nei giorni scorsi si è tenuto un concerto in Accademia, aperto a tutti. In previsione un’altro a San Vito con Gavino Murgia come ospite e uno nella Chiesa di Sant’Agostino a Cagliari.

Veronica Piras

 

MARIA LAI, IL CIELO CHE SI RIFLETTE IN UN TELAIO

VIAGGIO NEL MONDO DELL’ARTISTA DI ULASSAI

"L’arte è come una pozzanghera che riflette il cielo, ma può passare inosservata. Può essere calpestata, ma l’immagine del cielo si ricompone sempre". Parole di Maria Lai, autrice di fiabe e leggende, che da sempre è capace di incantare con le sue opere intrise di materia e di infinito. E per una abituata a stupire come la quasi 90enne di Ulassai, catalizzare l’attenzione della gente, è quasi un gioco da ragazzi. Con il suo corpo minuto, la sua voce flebile e una spiccata vena ironica, riempie la scena con la sua storia professionale e personale. Maria Lai ha aperto le porte del suo mondo onirico. Un mondo incantato e misterioso, come traspare dal video "Il dio distratto" (di Francesco Casu) dedicato a una delle fiabe più note di questa narratrice. Una donna abile nel trasformare il dio onnipotente in uomo sognatore, o di far nascere le janas, piccole divinità femminili, da uno sciame d’api, e poi di generare la creatività e la poesia dall’unione tra il mondo umano e quello incantato. L’incontro con la tessitrice di storie è imperniato sull’incessante connubio tra dimensione finita e infinita. Alcuni dei suoi racconti sono legati alla Sardegna, all’amore-odio per il suo paese d’origine, quello che nella sua mente appare quasi come un luogo da "mille anni di solitudine". Altri si riferiscono al suo
abbandono dell’isola, soprattutto durante la guerra, o ancora alla separazione – lunga tre anni – da quei genitori che preoccupati per la sua indole indipendente e girovaga dicevano sempre "tu finisci male". Poi ci sono gli episodi legati all’amicizia con Salvatore Cambosu e alla sua formazione professionale oltremare. Seguendo i ragionamenti, a tratti quasi filosofici, di questa ricamatrice di fili di vita e fantasia, si riscopre che l’arte è dentro ogni cosa e appartiene a tutti. Oggi come ieri, quando anche il suo maestro Arturo Martini pensava che la creatività non fosse "cosa" da donne, dato che soltanto l’uomo poteva dialogare con Dio. Pensieri che per una signora di carattere e da sempre desiderosa di libertà come lei sapevano di costrizione e perciò andavano smentiti con i fatti. E soprattutto con le opere. Quelle che dentro e fuori dalla Sardegna hanno consacrato Maria Lai come un grande personaggio, capace di far parlare di sé e di suscitare opinioni.
Marta Virdis

 

MARIA LAI PARLA DELLA SUA SARDEGNA

L’ISOLA DEL MIEI NAUFRAGI

Ero convalescente e il clima del mio paese, in alto sulla montagna, minacciava la mia fragilità. Fui affidata agli zii che non avevano figli, ma se dall’età di due anni non tornai in famiglia che al tempo della prima adolescenza, non fu per un progetto di adozione. Quel primo distacco fu una specie di profezia. La mia salute tardava a ristabilirsi, tenendo tutti in allarme per un tempo più lungo del previsto. Più di una volta, le malattie sono state complici delle mie scelte. Della famiglia vedevo spesso solo mio padre, che per i suoi impegni di veterinario nella zona veniva spesso a trovarmi e anche perché le sue visite erano una festa per me. Madre e fratelli erano quasi estranei. Avevo quattro anni quando gli zii diedero ospitalità a due carrozzoni di zingari. Avevano cercato rifugio in Sardegna durante la prima guerra e disperavano di ripartire. I loro carrozzoni, difficili da imbarcare, restarono quindi posteggiati per più di un anno a pochi passi dalla casa degli zii. Gli zingari lavoravano nei campi ma praticavano anche la loro attività di acrobati e giocolieri, a cui venivano allenati anche i loro tanti bambini. Fui accolta e frequentai i loro giochi. Imparavo un po’ delle loro abilità e facevo spettacolo per gli zii che mi applaudivano. Quando gli zingari dovettero partire, con la complicità dei loro bambini mi nascosi in un carrozzone. Solo in viaggio fu scoperta la mia fuga. Gli zingari mi trovarono addormentata e tornarono indietro durante la notte per riportarmi in braccio agli zii. Ma io continuai a viaggiare per anni, con la fantasia, su quei carrozzoni. La mia vita con gli zii fu un grande viaggio nella fantasia, nella vastità della grande casa, della campagna, dei giochi. Ero analfabeta ma piena di favole. Ciò che ho fatto dopo, da adulta, è iniziato a quell’età. Mani, occhi, parole, diventavano collegamenti tra realtà e sogno. Mancarono gli zii. La mia vita cambiò. I miei studi erano insufficienti, quando fui mandata a Cagliari a frequentare le scuole secondarie. Ero in ritardo su tutto, ma tra i banchi di scuola trovai quello che doveva diventare il mio più grande maestro e amico. Con Salvatore Cambosu entravo nel mondo della poesia e la scuola diventava affascinante, anche se restavo chiusa nell’inesauribile bisogno di spaziare "altrove". Dopo qualche anno ci  fu la mia partenza dall’isola. Il motivo non trovava giustificazione, ma mio padre sperava di vedermi tornare delusa dalla grande città. "Ti passerà". Mio padre era preoccupato, ma non mi imponeva la sua volontà. L’arte era per lui un argomento astratto. Per mia madre l’idea di una emancipazione significava scandalo. Io cosa pensavo? Semplicemente, io non pensavo. Come quando disegno su una pagina bianca e so che solo alla fine potrò vedere l’immagine. Quella partenza era la mia pagina bianca "La vita è una frase incompiuta" diceva Virginia Wolf, solo la morte la conclude. Gli anni di guerra, vissuti prima a Roma, poi a Venezia, mi tennero lontana dagli affetti familiari, e dalla mia isola. Ero all’estero, doppiamente straniera. Anzitutto per essere sarda, poi per essere donna, unica donna a Venezia tra gli allievi di Arturo Martini. Ma essere donna a Venezia fu per tre anni la mia più grande scommessa. Arturo Martini, nella sua altissima statura di artista, era pur sempre di quella generazione che non dava spazio al femminile nell’arte. "Qui si fa sul serio" mi diceva come a un essere ingombrante. Non intuiva, nel frastuono della guerra, i movimenti della storia. Eppure non dubitavo di essere al posto giusto. Ero più serena che in Sardegna. Alla Sardegna pensavo col rimorso di un tradimento, ma per quanto crudele fosse quella distanza dalla mia famiglia, sapevo che era l’unica possibilità di costruire la mia vita. Quando, nel quarantacinque, da Venezia tornai in Sardegna, passando per Napoli, approdai come un naufrago nel porto di Cagliari, sulla scialuppa di una nave che in viaggio si era scontrata con un’altra imbarcazione. Fui accolta in famiglia come una miracolata. L’idea di una futura partenza diventava improponibile. Mi ammalai . Il medico, lo zio Manfredi, mi disse:"se non mi aiuti non ti tiro fuori". Voleva che io tirassi fuori la mia voglia di vivere. Ma per vivere dovevo trovare una ragione. Furono tre  gli angeli del mio volo successivo: lo zio Manfredi, tirandomi fuori dalla malattia. Salvatore Cambosu, con la sua fiducia nella mia possibilità nell’arte, nonostante   le convenzioni di quel momento storico, Lorenzo, il più giovane dei miei fratelli, la cui tragica fine: "La vita è breve, non perdere tempo". Ripartii per Roma, sostenuta ancora da mio padre che si arrendeva all’evidenza di una figlia incapace di realizzarsi secondo le regole della sua logica, Oppure, come diceva, ero una capretta ansiosa di precipizi, che non si poteva tenere nel recinto, anche se il lupo la stava aspettando. Le mie montagne non sono poi tanto terribili, se, oltre ai precipizi e ai lupi, ci sono anche le nuvole. Eccomi infine all’ultimo mio naufragio in Sardegna. Che non è un "ritorno a casa".Il viaggio è la casa. Non solo la mia casa, ma quella di tutti noi. Siamo sulla terra, che gira a circa trenta chilometri al secondo, in un viaggio che è pur sempre un viaggio speciale, dove non si distingue la partenza dal ritorno. La vera nostalgia non è quella per un’isola. E’ l’ansia di infinito.

Maria Lai

LA VICENDA UMANA E LETTERARIA DI GIUSEPPE DESSI’

IL "PROUST SARDO"

Molti credono che Villacidro sia il suo luogo di nascita. Questa svista è presente in certi manuali di letteratura e ricorre anche diverse volte sui giornali. In realtà Giuseppe Dessì è nato a Cagliari – il 7 agosto 1909 – in via degli Argentieri, oggi via Mazzini (dove esiste una lapide che ricorda l’evento). Anche se viveva a Villacidro, la madre dello scrittore non volle partorire in paese perché non si fidava della levatrice (sua madre era morta di parto quarant’anni prima). Quanto al medico condotto, aveva fama di essere un gran bevitore. Dunque la donna si trasferì a Cagliari ospite di una zia sposata con un cancelliere della corte d’Appello. Presso questa parente soggiornò a varie riprese negli anni successivi. Giuseppe Dessì, che un famoso critico definì il Proust sardo, rievocò le passeggiate a Cagliari, assieme allo zio, nel romanzo uscito postumo nel 1978 col titolo La Scelta . Era un bambino attento; affascinato da una città magica. Ecco cosa scrive: «Spesso lo zio, quando non facevano passeggiate troppo lunghe, mi portava con sé. Andavamo a Monte Urpinu o al ponte della Scafa, fin oltre la cinta daziaria. Io ricordo ancora il rumore della risacca contro gli scogli e l’odore delle alghe».  Seguendo il filo della biografia di Dessì, si stabilì nel capoluogo dell’isola durante il periodo della sua disastrosa carriera scolastica. Era uno studente svogliato, in classe preferiva disegnare piuttosto che seguire le lezioni. Passò da un istituto all’altro. Una volta scappò dalla pensione nella quale alloggiava. I genitori temevano che si fosse buttato in mare o fosse fuggito a bordo di un veliero o di una nave di linea o di carico. Fu fatta una denuncia di scomparsa alla polizia. Dopo diversi giorni, un colono della famiglia annunciò che "il signorino Beppe" si era nascosto in una grotta di Aletzi, sui monti tra Villacidro e Gonnosfanadiga. Da allora si mise a studiare con «un accanimento forsennato», scegliendo un indirizzo umanistico (prima era stato in diversi istituti tecnici). Passato al Dettori, ebbe come insegnante Delio Cantimori, lo storico allievo di Giovanni Gentile e di Giuseppe Saitta, che dopo la parentesi cagliaritana passò alle Università di Messina, Roma, Firenze, Pisa. Tra il giovane docente di storia e filosofia a quell’allievo già sui vent’anni si sviluppò un rapporto di amicizia. A casa di Cantimori incontrò Claudio Varese, anche lui studente del Dettori e poi normalista a Pisa. A quest’ultimo fece leggere le prime prove narrative, ricevendo un giudizio inizialmente negativo. L’amicizia tra Dessì e Varese è importante per diversi motivi. Innanzi tutto il critico convinse Dessì a iscriversi all’Università di Pisa (dove ebbe modo di conoscere diversi giovani poi affermatisi nel campo della cultura e dell’arte). In secondo luogo Varese seguirà tutte le tappe della carriera di Dessì, con suggerimenti preziosi e recensioni apparse su riviste letterarie e giornali. Dopo la laurea a Pisa, troviamo di nuovo lo scrittore a Cagliari, per un breve periodo. Ma poi lascia questa città motivando il distacco con gli scarsi stimoli culturali che essa offriva in quegli anni. Tra le sedi dove prende servizio come insegnante c’è Ferrara, dove conosce nel 1935 Giorgio Bassani, di cui diviene amico. «A parte tutto – ha dichiarato Bassani nel convegno su Dessì svoltosi a Cagliari nel 1983 – il nostro incontro è stato determinante per il mio futuro».
Fece rientro nell’isola durante la guerra, stabilendosi a Sassari, dove fu Provveditore agli studi nominato "per chiara fama" da Giuseppe Bottai. Manlio Brigaglia lo ricorda in visita al Liceo Azuni, dove lui era studente: «Quando io ho fatto l’esame di maturità nel 1944, venne nell’aula per una visita d’ispezione. Mi interrogò su Croce, che gli altri miei compagni non avevano nel programma. Mi ricordo che gli dissi che preferivo Gentile. Mi chiese perché, e se ne andò lodandomi, senza offendersi che avessi anteposto il filosofo di noi ex-balilla al maestro dell’antifascismo liberale». Dopo la permanenza a Sassari (durante la quale collaborò alla rivista Primato) se ne andò dalla Sardegna tornandovi solo per veloci soggiorni. Vide la Cagliari distrutta dalle bombe e quella del dopoguerra, entrambe da lui descritte in diversi racconti contenuti nel volume Un pezzo di luna . Nei primi anni Sessanta venne di nuovo a Cagliari e a Villacidro, per girare un bel documentario in bianco e nero per la Rai, commentato dalla sua voce dalla dizione pacata e nitida. Dopo questo viaggio non tornò più, anche a causa delle precarie condizioni di salute. È vero che Cagliari, nei suoi romanzi e nei racconti, non ha un ruolo di spicco come Villacidro. Tuttavia è innegabile che faceva parte delle sua mitologia personale. Tra l’altro qui incontrò per la prima volta Emilio Lussu (un punto di riferimento centrale, sul piano politico e per le scelte di vita). In Paese d’ombre , premio Strega 1972, Cagliari viene raffigurata come un piccola metropoli. Eccone uno scorcio. Il tram infilò la via fiancheggiata a sinistra dai grandi palazzi con gli alti portici ombrosi e a destra dai colossali ficus elastica dal fogliame folto, carico di polvere. Tra il fogliame si intravedevano le locomotive e i piroscafi neri e rossi attraccati nella darsena accanto alle imbarcazioni a vela dalla poppa rotonda, quasi appoggiata alla banchina sulla quale si affacciavano i facchini. Più avanti il narratore sottolinea che i cagliaritani sono un miscuglio di razze e da sempre tengono in dispregio chi viene dal contado. Per Dessì Cagliari ha fatto molto: gli ha dedicato una piazza, un convegno nazionale (in Facoltà di Lettere nel 1983), una lapide in via Mazzini. Più altre iniziative.

Giovanni Mameli

 

ONORE AL PADRE ALLA FESTA EUROPEA DELLA MUSICA A NUORO

FRANTZISCHINU SATTA, POETA DE INNIDAS RIMAS

Mi emoziona non poco immaginare il momento in cui qualcuno o alcune persone hanno pensato e poi deciso di organizzare una serata dedicata a mio padre. Quando qualcuno che abbiamo teneramente amato ci lascia, tutti, credenti o meno, veniamo a contatto con le ferite laceranti dell’anima … perché scopriamo la sorgente del dolore vero. La sensazione , netta, è quella di percorrere una via buia e senza uscita.  La medicina migliore – se medicina esiste – è , col tempo, la condivisione del dolore con le persone "giuste". La forza terapeutica dell’abbraccio di anime, è enorme.  E, piano piano, si impara a riaffrontare la vita pur sapendo che niente sarà come prima. Dopo l’addio terreno di mio padre ho provato, per un attimo, la terribile sensazione di un secco taglio di radici. Perdendo lui, mi pareva di perdere la mia identità. Niente di più falso. La storia era già stata scritta e le pagine di una vita vissuta accanto a lui parlavano – e parlano – di una crescita costante dell’anima e della mente … che continua anche oggi, a distanza di quasi otto anni dal suo addio terreno, attraverso la continua rivisitazione di ci
ò che è stato, di ciò che ha realizzato e, soprattutto, di ciò che ha lasciato – a piene mani – dentro di noi. La sua è stata realmente una vita dedicata alla poesia. Sottolineo l’avverbio "realmente", perché il poeta era sempre presente nel quotidiano di noi figli … anche quando non scriveva versi sulla carta. Ci ha insegnato, col suo esempio di vita, ad osservare il mondo da varie angolazioni. Ci ha trasmesso il rispetto, la coerenza, l’ironia , la capacità di vedere oltre i luoghi comuni per poi essere capaci di fare scelte consapevoli. Ho ripetuto con convinzione, in varie occasioni – anche quando lui era presente – che è stato un privilegio averlo avuto come padre. Continuo a considerarlo un regalo. Non a tutti accade. Ma quando succede è evidente che ci si imbatte, da subito, con quei sentimenti positivi che rafforzano, rinvigoriscono, rendono il passo sicuro e lo sguardo terso. Mio padre era capace di vedere la bellezza anche nel viso meno armonioso, perché "chiunque – amava ripetere – ha qualcosa che lo rende speciale , unico". Forse, però, conoscendolo – come lo conoscevo – anche nei risvolti dell’anima, questo accadeva perché, come scrisse qualcuno tempo addietro e come tende a dimostrare la vita, "la bellezza sta veramente negli occhi di chi guarda". Ha vissuto una vita piena, mio padre. Costellata di gioie e sofferenze terribili. Ma mai ha permesso che il dolore, anche il più lacerante, avesse il sopravvento … perché sarebbe stato come arrendersi, come sentirsi uno sconfitto. Ha lottato davvero, e vinto!, con le sue spade di sole … diffondendo la sua poesia, regalando i suoi versi a chiunque fosse in grado di coglierli e di accoglierli, costruendo così , già in terra, la sua immortalità. Se dovessi citare alcuni momenti particolarmente belli della sua vita artistica, non avrei dubbi. Me ne vengono in mente cinque, ma sono molti di più: quando vinse il premio di Ozieri, quando i "Raimi" e il "Coro Ortobene" realizzarono dei cd che comprendevano tante sue poesie, quando il sindaco Simonetta Murru gli conferì il titolo di cittadino illustre, quando Ignazio Corrias rimise insieme una classe di ex alunni per rendergli omaggio come uomo, insegnante e poeta, e ultimo, ma non ultimo, il suo fare teatro con Giovanni Carroni sia a Nuoro che in vari paesi della Sardegna. Fu, quest’ultima, un’esperienza che lo arricchì moltissimo dal punto di vista culturale ed umano e che gli consentì, fra l’altro, di raccontare le sue storie: i racconti in lingua sarda che avrebbe voluto pubblicare, se il destino non avesse deciso altrimenti. Giovanni Carroni – come i Raimi, Alessandro Catte, Tonino Puddu, Piero Marras (per citarne solo alcuni e mi scuso con gli altri) – ha saputo cogliere e valorizzare ciò che altri vedono generalmente solo a funerali fatti. Anche per questo sono loro grata. E se faccio riferimento a Tonino Puddu non è per caso. Sono certa che anche lui, adesso, c’è … e ci sarà sempre, ogni qualvolta si parlerà di poesia e di musica. La sua ultima canzone – che lui ha voluto lasciare come suo testamento spirituale – che armonizzò ma non potè cantare, è, in assoluto, una delle poesie più belle che mio padre scrisse pensando all’amore. ( Mio padre la scrisse pensando al sentimento che lo univa a mia madre, ma poiché è una poesia d’Amore, chiunque ha amato e ama, può sentirla "sua"). E come Alessandro Catte ed il suo gruppo sono stati capaci di trasformare in sinfonia la sua "Ispadas de sole", così Tonino e il suo gruppo hanno reso ancora più toccanti e significativi questi versi già bellissimi. Sono, nonostante i tempi e nonostante tutto, un’eterna sognatrice, ma soprattutto sono una credente … e, perciò, adesso mi piace immaginare mio padre che – sostenuto , come sempre, dall’amore di mia madre e dei miei fratelli Paolo e Luciano ( i figli che gli sono accanto) -, sceglie di fissare un appuntamento con Tonino Puddu in un punto preciso dell’altra dimensione, per ridiscutere di musica, di poesie da armonizzare e, all’occorrenza, da trasformare in dipinti, grazie al pennello di qualcuno che l’aveva preceduto e di qualcuno che l’ha raggiunto: Salvatore Pirisi e Tonino Ruiu, persone splendide e suoi amici fraterni. Artisti veri, capaci di rappresentare, come pochi, il respiro e i colori della nostra madre- terra e l’arsura di divino che è nell’uomo. Mi piace immaginarli tutti sereni, lontani anni luce dalle fatiche della vita terrena. "Se viviamo secondo la logica del bene e della giustizia – ha scritto Vito Mancuso nel suo "Disputa su Dio e dintorni", – io penso che compiamo il divino che è in noi, e questo, credo, ci apre scenari d’essere inaspettati. Già in questa vita, e ancor più dopo la morte".  

Rosalba Satta

LETTERA AL PRESIDENTE DELLA REGIONE UGO CAPPELLACCI E AL RESPONSABILE DEL PROGRAMMA

MASTER AND BACK, LA BEFFA

Alla fine ce l’avete fatta. Ci son voluti tanti mesi di tenace resistenza ma ce l’avete proprio fatta. Il bando per il Master & Back è uscito il 7 luglio scorso. Complimenti, peccato che sia uscito sei mesi dopo la data prevista per la pubblicazione! Sei mesi in cui centinaia di persone hanno perso i requisiti dell’età per partecipare. Io ho compiuto 36 anni il 6 luglio, un giorno prima dell’uscita ufficiale del bando. Un giorno che mi costa l’esclusione. Un giorno per vedermi sfumare l’occasione per cui ho aspettato e lottato tanto e in vista della quale ho organizzato e programmato questi mesi, rinunciando anche ad occasioni di lavoro perché io dovevo partire in Inghilterra per frequentare il mio bel Master a coronamento della mia sudata laurea. Per avere la speranza di un futuro migliore o anche solo una speranza visto che ormai noi "giovani" trentenni anche quella abbiamo perso da tempo. Non riusciamo più a sperare, a sognare, a pensare al futuro come facevano i nostri genitori. Il bando che avete partorito, come quelli precedenti, prevede il limite dei 36 anni non compiuti. Solo che, a differenza di quelli precedenti, è uscito con 6 mesi di ritardo, caratterizzati da notizie rassicuranti che uscivano dall’Agenzia del Lavoro: non lo sappiamo, sicuramente entro il m
ese prossimo, febbraio, che poi è diventato marzo, aprile, maggio, giugno e poi luglio. Mesi in cui una persona organizza la propria vita, prende contatti, viene accettata dall’università dove vuol fare il master. Università che dopo sole due settimane dalla mia richiesta ha dato avvio alle procedure per la mia ammissione rispondendomi positivamente, ripeto, dopo due settimane. In questi mesi ho ricevuto diverse sollecitazioni da parte dell’università inglese affinché io dessi una risposta definitiva circa la mia intenzione di frequentare il master che è a numero chiuso e per frequentare il quale arrivano richieste da tutto il mondo. Ho dovuto spiegare loro che ero in attesa dell’uscita di un bando da parte della mia regione Sardegna che mi avrebbe consentito di finanziare il master e che senza quel finanziamento non avrei potuto permettermi di frequentarlo. Allora molto gentilmente e nonostante le numerose richieste di ammissione che pervengono loro, in via del tutto eccezionale, perché lì i tempi si rispettano, mi hanno dato il 01/08/09 come termite ultimo per decidere se accettare o no la loro offerta di ammissione. Ora mi ritrovo, da un lato, con un’università estera che mi mette a mio agio, che mi da la possibilità e che, nonostante sia seria nel rispettare i termini, conosce anche i principi di equità e, dall’altro, con la mia regione Sardegna che mi beffa per un giorno, che mi toglie qualsiasi possibilità. Dopo anni di precarietà, di stagioni passate nelle cucine dei ristoranti si cerca di pensare con tanta umiltà ad un futuro più costruttivo in mezzo a tutto questo deserto che è la nostra isola, ad un lavoro finalmente degno, alla realizzazione, almeno per me, di quell’articolo 1 della nostra Costituzione: la possibilità di tornare nella mia Isola con un contratto degno di tal nome, all’altezza della mia professionalità. E invece? Invece il danno. Sei mesi di agonia, che si interrompono il 4 giugno, giorno del sit in degli studenti e della dichiarazione del Presidente Cappellacci: il bando uscirà entro due settimane. Tiro un sospiro di sollievo, il Presidente non può aver dato una data a caso, ci saranno motivazioni valide. Tiro un sospiro di sollievo, dopo quelle due settimane ci sono ancora una quindicina di giorni per il mio compleanno. Invece, le due settimane passano, i responsabili del Programma si riuniscono con la delegazione ma del bando non si vede l’ombra. Mi arrabbio, mi chiedo come si possa prendere in giro così i cittadini e, soprattutto, chi ha fatto piani per il suo futuro basandosi sulle notizie delle Istituzioni. Si, le Istituzioni, quelle per cui tutti i politici a partire dal Presidente della Repubblica chiedono rispetto. E, invece, sono i cittadini che dovrebbero pretendere rispetto. Un’Istituzione, per sua stessa natura, deve funzionare sempre, a prescindere dalle dispute politiche. L’istituzione funziona sempre, anche nei periodi di vacatio politica, l’amministrazione pubblica è a servizio dei cittadini, invece, in via Is Mirrionis non funziona niente. Nessuno si prende le responsabilità. A prescindere da tutto, la speranza si riaccende nuovamente. Il 3 luglio, nelle pagine del sito della Regione esce il bando. Emozionata clicco, lo scarico e apro il file. L’ennesima presa in giro. Il bando è pieno zeppo di errori e refusi. Da rimanere senza parole. Non siamo mica la Repubblica delle banane! Attendo tutto venerdì la correzione e la messa online del nuovo bando. Niente. Sabato e domenica non si lavora e io lunedì compio 36 anni, che per me significano l’esclusione dal Master & Back. Poi arriva la beffa. Spietata, inesorabile. Il bando lo pubblicano martedì 7, il giorno dopo che ho compiuto 36 anni, che significano la mia automatica esclusione dal programma. Chiedete ai cittadini di andare a votare alle elezioni, di fare sacrifici nei momenti difficili, a essere presente dove lo Stato non riesce fino in fondo, come per i terremotati dell’Abruzzo. E i cittadini sono sempre lì, pronti, ad aiutare i propri concittadini in difficoltà, a fare la fila per ore a causa della mancanza di organizzazione, a rispettare le Istituzioni. Sono sempre lì, tutti i giorni a fare il proprio dovere, senza chiedere niente a nessuno. Solo che venga restituito loro il rispetto che hanno per la politica e per le Istituzioni. Ora capisco. Capisco l’astensionismo crescente ad ogni tornata elettorale. Capisco chi preferisce andare al mare e parlar male dello "Stato", appena si presenta l’occasione. Ora capisco. Capisco tante cose.

Vanessa Regini

LANCIATI CON IL "PROGETTO BRINC@" DEI GIOVANI F.A.S.I.

BENTESOI, IL SUONO DI CHI SOGNA IL CAMBIAMENTO

"It is a factory. No pollution, just creation". Una fabbrica, ma di creatività e musica, a impatto ambientale 100% positivo, zero inquinamento. La voce di Claudia Aru Carreras canta la presentazione della giovane etichetta sarda indipendente NooTempo, la stessa che marchia il primo album di Bentesoi, il duo di cui la Carreras è voce, libera di librarsi sulle basi del dj-producer Arrogalla, al secolo Francesco Medda. NooTempo funziona come laboratorio creativo che si occupa di produzioni originali nate nell’isola, con uguale attenzione per la musica delle radici e per i suoni urbani. Un salto oltremare – NooTempo non segue solo la produzione discografica ma si occupa pure della promozione sul fronte live, anche in collaborazione con Brinca! (che in sardo significa "salta"), associazione che agevola l’attività concertistica dei gruppi nella Penisola e all’estero. In questo modo l’intero percorso di maturazione di un progetto viene seguito passo passo con cura artigianale: con qualche migliaio di euro (in genera attorno a 5-6mila a progetto) si registra, si crea l’a
rtwork degli album, quindi scatta la promozione live e a mezzo stampa. Il quartier generale del collettivo NooTempo, partito dal’esperienza della hip hop crew Sa Razza e proseguito con i
Malos Cantores, si è arricchito della presenza di altri artisti, come il raggamuffin-man Randagiu Sardu. Ma torniamo ai Bentesoi. Un duo, mille suoniTripland è il titolo dell’album d’esordio del duo Bentesoi. Definirlo eclettico è il minimo: i 20 brani contenuti nel disco sono un vero giro sull’ottovolante, sonorità tra le più varie si intrecciano tra di loro. Dall’avvio gospel della title track al pedale elettro-funk di Revelation, dal dub dilatato del singolo My Nation fino alla ballad Why Feelings Change?, dove voce jazz, beat elettronico e chitarra folk si rincorrono in un accostamento insolito. Claudia Aru Carreras canta in sardo, inglese, catalano, turco e Arrogalla la insegue fornendo le giuste atmosfere, dai campionamenti maghrebini di Telgrafin Tellerine al beat incalzante di Messenger Love. Il sogno, inteso come viaggio creativo, è il primo passo per cambiare le cose e andare oltre l’inerzia e i luoghi comuni del "non si può fare". Dunque bevenuti in Tripland

Cristiano Sanna

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