di Elisa Cappai
Siamo stati abituati fin da piccoli a vedere sui telegiornali e sulle riviste i volti tristi e sfigurati dei bambini che vivono in condizioni di povertà, come delle famiglie che sfuggono dalle carestie o di intere popolazioni che vengono travolte da calamità naturali. Alcuni ci hanno fatto l’abitudine, altri cambiano canale, altri ancora ogni volta restano sconvolti da queste immagini e spegnendo la televisione cercano intorno una soluzione a portata di mano. Altri ancora cercano di bucare lo schermo e di entrare in quella dimensione. Per toccarla con mano e sentire quanto sia reale, quanto ci sia di vero dietro a quelle immagini in cui spesso non c’è posto per l’aspetto altrettanto reale della forza e della pazienza di queste genti. Così tempo fa ho deciso di spegnere il televisore e di vivere quella situazione che a molti sembra lontana, distante, ma che ho riscoperto straordinariamente vicina. Nell’Agosto 2006 ho partecipato con altri otto studenti ad un campo di lavoro internazionale a San Jose’ de Chiquitos, nell’oriente dello stato boliviano. Spinta anche dai miei studi in antropologia culturale e dalla curiosità di immergermi in una nuova dimensione culturale, lontana dalle comodità europee, dalla frenesia occidentale. Con l’associazione italo-boliviana "Donne per la solidarietà" abbiamo collaborato per un mese con le donne impegnate nel progetto di gestione degli orti comunitari nei quartieri del municipio di San Josè, abbiamo assistito alla realizzazione di splendidi prodotti di artigianato tessile, inoltre siamo stati testimoni dei lavori di realizzazione di un pozzo per l’acqua, nonché di una fattoria didattica che diventerà sede di ulteriori progetti di sfruttamento sostenibile delle risorse naturali. Così terminata la prima parte dei miei studi son voluta ritornare in America latina per sei mesi, per un viaggio che mi ha fatto attraversare diverse realtà ma che soprattutto mi ha riportato verso la Bolivia, che questa volta per tre mesi e’ stata la meta del mio impegno sociale. Sono arrivata a San Josè de Chiquitos nel Febbraio 2008, dopo un anno e mezzo dalla mia prima visita, il progetto era in parte cambiato e si era sviluppato in altre direzioni. Gli orti comunitari si sono spostati dalla città alle comunità rurali in mezzo al bosco chiquitano, perché contrariamente a quanto si pensi la Bolivia non e’ tutta Ande, ma ci sono vaste regioni di pianure, tra cui appunto la Chiquitania, ricoperta per buona parte del suo territorio da un vasto bosco che giunge a superare il confine con il Paraguay. Le comunità’ che partecipano al progetto sono cinque, con differenti problemi ed esigenze ma tutte accomunate dalla stessa speranza, di recuperare le risorse naturali e i saperi tradizionali,
come appunto la terra o l’artigianato locale, per creare prospettive di sviluppo sostenibile e alternative alla fuga dei giovani verso le città, che offrono opportunità lavorative molto poco dignitose e insicure. Ho dovuto abbandonare gran parte delle abitudini e delle comodità di cui ero circondata nella mia vita in Italia, corrente e acqua sono servizi quasi del tutto inesistenti. Ho passato tre mesi in mezzo alle comunità indigene del bosco chiquitano, in mezzo alla terra e agli orti, ai bambini e alle famiglie che mi hanno aperto la porta della loro casa come se mi conoscessero da sempre, che mi hanno ceduto il loro letto. Ho vissuto con i ritmi della natura, svegliandomi
all’alba e riposandomi dopo il tramonto, aspettando che una settimana di pioggia si placasse per tornare al lavoro. Quel lavoro ha per questa gente il valore della sopravvivenza. Le piante di pomodori che sarebbero spuntate o i peperoni che abbiamo raccolto sono una sicurezza per il domani. Sia perché assicurano l’alimentazione alla comunità, sia perché le eccedenze vengono vendute sul mercato generando introiti necessari a creare ulteriori
servizi e a venire incontro alle esigenze delle famiglie dei villaggi interessati. Ho pregato a me stessa che tutto quella fatica fatta, tutto quel lavoro con zappa e pala non fosse un modo per lavarmi la coscienza, per sentirmi buona. Perché sapevo benissimo che il mio aiuto era sì necessario, ma non indispensabile. Semmai sono le cose che ho imparato in quei mesi ad essere state per me essenziali. Qual’è il volto della povertà? Ho visto famiglie senza una macchina, senza soldi, senza elettrodomestici in casa, senza vestiti nuovi, ma non erano persone povere. Povero e’ chi non sa valorizzare quello che ha dentro e ciò che ha intorno. Povero e’ chi e’ sfruttato. E chi non sa crearsi l’alternativa, vedere con gli occhi della speranza. Il cuore geografico dell’America latina, la Bolivia, lo sa bene. Nel proseguire il mio viaggio dopo l’esperienza da volontaria ho avuto l’opportunità di attraversare
le Ande. Ho visitato la bella e decadente Potosì, la città mineraria sovrastata dalla montagna del Cerro Rico, nelle
cui viscere lavorano ogni giorno più di quindicimila minatori, molti dei quali bambini. Le condizioni di lavoro sono indecenti e annullano la concezione di dignità dell’uomo. A qualcuno potrebbero ricordare vecchie foto di inizio Novecento delle miniere della nostra zona. Ma sono cose che accadono adesso, ogni giorno. Quei minatori nel buio della miniera continuano a cercare la luce brillante di un filone d’argento, ma sanno che quella montagna
sfruttata da più di cinquecento anni non potrà regalare i suoi gioielli ancora per molto. E non solo sognano, ma lottano perché un domani che sembra terribilmente vicino i loro figli possano avere l’opportunità di scegliere un’altra strada. Al mio ritorno ho cercato di comunicare ciò che ho appreso alle persone che mi circondano, senza la presunzione di avere in mano la verità o di essermi comportata da eroe. Ho cercato di comunicare alla gente
che la povertà del sud del mondo è il riflesso dei nostri comportamenti quotidiani, che l’impegno deve andare oltre la beneficenza. Magari spegnendo quella televisione e ragionando sulla fortuna che abbiamo nel ritrovarci di fronte ad una tavola imbandita o su quanto siano realmente necessari i consumi che facciamo. Ma soprattutto apprezzando quello che abbiamo davanti ai nostri occhi, la nostra terra. Apprendendo nuovamente a sfruttare le sue risorse come facevano i nostri nonni, a creare sviluppo con il rispetto dell’ambiente. Noi sardi non dobbiamo
dimenticarlo. Altrimenti a passi sempre più rapidi ci avvicineremo davvero a conoscer
e il vero volto della povertà.