CONTRO L’OCCUPAZIONE MILITARE DELLA SARDEGNA, AIDE ESU E IL LIBRO “VIOLARE GLI SPAZI” FRA TEMPI DI PACE E RESISTENZE LOCALI

Aide Esu

Sentire Aide Esu, che insegna Sociologia politica e Sociologia della devianza alla Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, basta cercare il suo nome su Google e, tra gli altri, vi verrà offerto un video su “You Tube” sul conflitto israelo-palestinese, lei che se ne occupa da vent’anni coordinando un’equipe multidisciplinare formata da ricercatori  della Università di Al Quds di Gerusalemme e dell’Università di Tel Aviv sul tema del territorio come luogo della memoria collettiva, apre il cuore alla speranza. Per tutti quei movimenti non violenti che, pur trovandosi oggi in situazioni apparentemente disperate, cercano con il loro operare di essere semi di cambiamento che magari germoglieranno solo fra anni e magari loro non riusciranno neppure a vederli. In un territorio (la Cisgiordania ndr.) costantemente violato da 350 “insediamenti di coloni” che accerchiano villaggi palestinesi, rubando loro le terre che coltivavano da sempre (oggi anche uccidendo e bruciando, 500 morti dal famigerato “7 ottobre” di Hamas), sperimentando e vendendo poi a mezzo mondo sistemi di controllo informatici, con check-point che ostacolano la mobilità dei residenti non israeliani, rinominando persino villaggi e territori. Tanto che i palestinesi, in estremo tentativo di non perderne il ricordo, danno alle loro neonate i vecchi nomi arabi dei loro villaggi. Ebbene in questa situazione praticare il pacifismo sembra sia inutile che disperante, eppure dal 1951 sono 157 le associazioni pacifiste israeliane. Più di qualsiasi altro paese al mondo. Ostracizzate dai governi e dalla maggioranza della gente. Occorre ricordare che (quasi) tutti i ragazzi israeliani sono obbligati a tre anni di servizio militare (due le donne) e per quasi tutti questo rimarrà un periodo fondamentale nella loro formazione di vita. Sino a farne oggi una generazione di spostati che, tornando a casa dopo aver assistito e essere stati protagonisti di azioni atroci contro altri esseri umani, bimbi e donne compresi, non possono certo riprendere la loro vita come se niente fosse successo. Li attende un futuro di psicofarmaci e psichiatri. Di fronte al massacro che Israele sta pervicacemente praticando a Gaza il mondo è impotente e attonito, 143 paesi votano a schiacciante maggioranza all’Assemblea dell’ONU perché alla Palestina sia riconosciuto il diritto di essere  uno Stato come gli altri, scrive Tommaso Di Francesco sul “Manifesto” di domenica12 maggio: “… è un atto formale e simbolico (la decisione finale spetterà al Consiglio di Sicurezza, dove gli USA hanno potere di veto, ndr.) ma con una valenza ben superiore al suo contenuto…Francia, Spagna e Germania hanno approvato, 25 gli astenuti fra cui l’Italia, ai margini della storia, a chiacchiere meloniane impegnata nel Sud del mondo col suo neo-coloniale piano Mattei, per poi scoprire che vota all’opposto del Sud del mondo e sui diritti della Palestina tace e acconsente…dopo aver approvato la sospensione dei fondi all’Unwra perché “infiltrata”-accusa mai provata- una decisione criminale alla quale Meloni, la “cocca di Biden” secondo i media Usa, si è subito accodata”. Sempre sul “Manifesto” ma del 19 marzo, un articolo di Costantino Cossu: “Tutela della salute e rivendicazione dei diritti di chi abita i territori”, mi fa scattare in mente un parallelismo tra i movimenti pacifisti israeliani e i movimenti sardisti che si battono contro la presenza delle basi Nato in Sardegna. Anche perché l’articolo recensisce l’ultimo libro di Aide Esu: “Violare gli spazi. Militarizzazione in tempo di pace e resistenza locale”, ombre corte edizioni. Vale la pena di riproporvi l’incipit: “Sardegna isola paradiso. Mare limpido, spiagge incontaminate, un paesaggio di aspra bellezza che si è salvato da aggressioni e scempi. E’ l’immagine che le agenzie turistiche danno di un’isola in cui l’industria delle vacanze si avvia a diventare una monocultura.

Dietro le quinte dell’isola paradiso c’è però un’isola inferno. Nella sua mappa i poligoni e le basi militari. Spazi rubati e devastati che, a partire dagli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, hanno occupato estensioni sempre più vaste”. Il libro della sociologa cagliaritana fa la storia di settant’anni di lotta pacifista e antimilitarista dei movimenti nati in Sardegna che si sono battuti contro questo stato di cose. Inserendola in un contesto più ampio che comprende altre isole nel mondo, nelle quali per la loro posizione e isolamento è “facile” espropriare terreni e insediarvi basi militari. Scrivono Porcedda e Brunetti, riprendendo dai documenti di Wikileaks degli analisti di Washington, nel loro: “Lo sa il vento, il male invisibile della Sardegna, Verdenero editore a pag.3:

“L’Italia è una grande portaerei in mezzo al Mediterraneo…la Sardegna fa parte di questa portaerei ma non ha il fastidioso problema delle persone e delle città, è una specie di ponte gratuito, acri poco costosi e quasi disabitati. La popolazione è dura e coriacea ma, si sa, incapace di organizzare azioni collettive e iniziative di condivisione. L’isola è povera, e quindi facilmente corruttibile con poche centinaia di posti di lavoro nelle basi militari”. Scrive ancora Aide Esu a pag.20: “Considerate le condizioni socioeconomiche dell’isola ed i lenti e contraddittori processi di pianificazione, la contrapposizione modernità-arretratezza funge da dispositivo discorsivo per legittimare la presenza militare nell’isola. Il Poligono Interforze del Salto di Quirra (PISQ), per il ruolo e il primo piano nella ricerca e nella sperimentazione missilistica, si presta a testare al meglio il costrutto narrativo militari-modernizzazione”. In altre parole, ci si vende l’anima e la sovranità territoriale, per un pugno di posti di lavoro. Senza contare che a furia di sparare razzi, sempre più sofisticati, sempre più ricchi di elementi radioattivi, uranio impoverito che sia, torio, ancora più letale, le aree, che pur andrebbero bonificate per legge, dopo ogni evento pseudo bellico, sono destinate a rimanere invivibili per l’eternità. Il poligono non è simile a una industria per quanto inquinante sia, metti l’Ilva di Taranto, di cui puoi monitorare i fumi velenosi ora per ora. Si dovrebbe andare con un contatore geiger subito dopo l’impatto dei missili e ora anche dei droni, cosa naturalmente impossibile. Che i divieti in quel periodo sono anche più stringenti. Quando tutto è concluso, dopo un congruo tempo (decretato dall’autorità militare) si può tornare a far pascolare le pecore all’interno del poligono. Con i rischi conseguenti per la salute delle bestie e degli umani. Scrive il giudice Fiordalisi nella sua requisitoria di apertura al processo sul PISQ: “Lo Stato attraverso i suoi uomini nel poligono di Quirra ha violato il diritto costituzionale alla salute. Un diritto che non si può comprimere, che non ammette deroghe, neppure per i militari. Questi ultimi sapevano di non sapere, eppure non informavano la gente, e la esponevano così a un gravissimo rischio per la salute. Nessuno ha rispettato il sacrosanto principio di precauzione” (Processo di Lanusei, 14 novembre 2012) pag.66. A quando uno studio epistemologico su basi scientifiche che porti finalmente a un registro regionale dei morti e malati di tumore in Sardegna? In attesa che la nuova giunta batta un colpo, il principio di precauzione dovrebbe essere il discrimine. E fare il bagno nelle bianche spiagge di Teulada roba da pensarci due volte. Come a Capo Frasca del resto. Nel libro della Esu sono ampiamente riportati i successi che i movimenti antimilitaristi sardi sono riusciti a portare a casa. Prima di tutti Pratobello, che ha segnato uno spartiacque, per porre in evidenza la possibilità di ribaltare un rapporto di forze che è sempre fortemente asimmetrico per definizione: lo Stato contro…In quel ‘68 tutto il paese di Orgosolo marciò compatto contro il tentativo di esproprio militare di pascoli che da sempre erano nella disponibilità comune. Orgosolesi, popolo di banditi, i giornali “mainstream” dell’epoca evocavano deportazioni di massa per “sconfiggere il banditismo” endemico di quei posti, mostrarono a l’Italia tutta che una protesta veramente democratica, decisa con metodi non violenti in assemblee partecipate e aperte a chiunque, poteva essere vincente. Come fu vincente, anche se ottenuta con mezzi diversi, la battaglia per cacciare i sottomarini atomici dalla Maddalena. Anche allora il cosiddetto “segreto di Stato” impediva un serio monitoraggio delle emissioni radioattive eventualmente sviluppatesi. Io non ti dico come funzionano i propulsori atomici e tu quindi non puoi mettere a punto dei significativi sistemi di misura. Atti a dissipare le sacrosante paure della popolazione che vive attorno alla base. Il vento oggi sembra essere cambiato, non sono più sufficienti le rassicurazioni dei militari, delle maggiori testate giornalistiche isolane, degli uomini politici d’ogni colore e schieramento, che con la loro “narrazione” hanno contribuito a che questo stato di cose sembrasse scritto su tavole di bronzo. Immutabile per definizione. Sempre più numerosi gruppi di cittadini che si auto-organizzano per chiedere conto, per esigere almeno una informazione più puntuale. A costo di usare le cesoie per aprire varchi nelle reti metalliche che delimitano basi e poligoni. Come fatto a Capo Frasca. “Manovre Nato, 13 atenei italiani a bordo” titola in prima pagina il “Manifesto” di domenica 5 maggio. Impegnati 9500 militari di 22 nazioni, con oltre cento tra navi, caccia, sommergibili e droni. Teatro delle esercitazioni avrà come centro la Sardegna, in particolare il poligono di Capo Teulada, ma avrà un’estensione amplissima. Tutta la pag.4 per Costantino Cossu: “Si stanno testando capacità operative nel Mediterraneo, dalla Provenza alla Sicilia”. E per Linda Maggiori: “Percorsi nel Sulcis -Iglesiente, In viaggio con Warfree, riconvertire la produzione alla pace”. Riconversione della Rwm (azienda tedesca che produce bombe e le vende in medio oriente,ndr.), il comitato formatosi: Warfree, liberu Dae Sa Gherra, con oltre 60 aziende etiche e sostenibili che ripudiano la guerra dalla loro filiera produttiva. A Milano seguendo l’esempio delle università americane, alla “Statale” e al “Politecnico” sorgono le tendopoli degli studenti universitari che protestano per i massacri impuniti di Gaza. Proteste tutte non violente. Come quelle delle associazioni pacifiste israeliane. Come quelli di “A Foras” – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna. Per un’utopica restituzione (ma le utopie qualche volta hanno il vizio di avverarsi) di “tancas de terra, de chelu e mare furadas a sos sardos”.

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