DA DUALCHI, UNA STORIA FUORI DAL COMUNE: CLELIA LAVINIA MARCIALIS, CENTENARIA DAL CUORE IMMENSO

Clelia Lavinia Marcialis

Clelia Lavinia Marcialis, settima di 10 figli di cui una scomparsa a soli due anni e mezzo, è nata a Dualchi il 23 aprile 1924. Il padre Adolfo insegnante elementare, di Isili ma vissuto a Cagliari, appena ventiduenne aveva ottenuto la prima nomina a Dualchi dove aveva sposato Antonia, casalinga.

Clelia, una bambina sana e intelligente, frequentava le elementari in paese quando intorno agli otto anni aveva contratto il morbo di Pott, una infezione della colonna che, non trattata nei tempi e nei modi dovuti, avrebbe potuto causare il collasso delle vertebre e interessare il midollo spinale.

Il padre aveva avuto l’accortezza di mettersi subito in contatto epistolare con un professore di Bologna che aveva fatto prontamente diagnosi e prognosi così precise da contenere la progressione del male, tuttavia da quel momento Clelia, per lunghi anni, aveva dovuto portare il busto con le stecche di ferro per evitare di ripiegarsi su se stessa fino al totale collasso delle vertebre e anche la morte come conseguenza estrema. Per fortuna, grazie al busto e all’osservanza della terapia la ragazza ha potuto condurre una vita sociale pressoché normale: andava a scuola, giocava e socializzava con le amiche, frequentava la chiesa, era presidente dell’Azione Cattolica, prendeva parte alle recite e faceva parte del coro perché aveva una bella voce.

Certo, il morbo che l’aveva aggredita aveva bloccato la crescita e la sua mente da adulta era rimasta per sempre imprigionata nel corpo di una bambina di otto anni che peraltro avvertiva l’insorgere naturale degli impulsi da donna. Vedere le amiche con i fidanzatini, le creava molta sofferenza a causa della sua fisicità e anche se qualche pretendente si era fatto timidamente avanti, lei non si era mai voluta sposare anzi si sottraeva proprio ad ogni possibile contatto fisico.

Quando aveva 11 anni, il babbo era stato trasferito a Birori portandosi appresso la famiglia dove è vissuta per 18 anni. Raggiunta l’età pensionabile dopo 47 anni di servizio fece ritorno in paese, per lei questo fu motivo di grande disagio perché non voleva lasciare le sue tante amiche. A Birori era ritornata più volta a trovarle ma rientrava subito nel suo paese non volendo restare lontana dalla famiglia.

“Quando siamo rientrate a Dualchi – ricorda la sorella Lydia -. i ragazzini la prendevano un po’ in giro per questa sua fisicità. “Lasciali stare – mi scongiurava lei-, non fa niente. Sono ragazzi. Non difendermi” Poi, conoscendola i ragazzini le hanno voluto bene”. 

Vestiva sempre uno scamiciato sopra un maglioncino, mai indossato i pantaloni. Era solita soggiornare per mesi nella località balneare, non andava mai in spiaggia perché preferiva stare in veranda a respirare l’aria marina e di sera uscire a passeggio. Carattere mite e gioioso, andava d’accordo con tutti e tutti le volevano bene. Amava i bambini e stravedeva per loro. Generosa, dal cuore immenso.

Un amico del padre che a Dualchi possedeva una banca privata, sentendosi addosso il peso della sua tarda età e cogliendo in lei una spiccata intelligenza, voleva trasferirle questo suo bene. Chiese al genitore di poterle insegnarle a fare il rendiconto della giornata e così per circa quattro anni la giovane si era recata a lavorare in banca dove presto cominciava ad occuparsi di tutto. Ma la promessa non si concretizzò perché in seguito le banche private cessarono di esistere e la storia non ebbe seguito e visto che gli altri componenti della sua famiglia lavoravamo fuori paese, rimase a casa ad accudire il padre e la madre malata.

Nel 1976, dopo sessanta di matrimonio la mamma 87enne mori e Clelia divenne l’indiscussa padrona di casa, amministrava, cucinava, innaffiava l’orto, curava il giardino, sbrigava le commissioni avendo il padre demandato tutto a lei che lo accudì fino alla morte sopraggiunta nel 1990 a 102 anni.

Rimasta sola, aveva continuato a vivere nella casa di famiglia con l’aiuto di una donna mentre la sorella Lydia, già insegnante di scuola materna e oggi 95enne, andava a trovarla tutti i giorni. “L’ho fatto per 5 anni – racconta -, poi mi sono ammalata e l’ho portata a casa mia anche se lei è venuta malvolentieri perché abituata a vivere per conto suo e a comandare. Un giorno mio marito l’ha trovata accasciata per terra. In seguito a quella caduta si era rotta il femore e avendo io in quel momento problemi di salute alle ginocchia, per lei è stato necessario, dopo un controllo clinico, un ricovero di breve durata presso una struttura di accoglienza non lontano da qui.

Purtroppo non è stata trattata bene – afferma Lydia -. La tenevano chiusa in uno sgabuzzino, sedata, senza mangiare e senza controllo medico. Quando si recava in visita, mio marito la poteva vedere solo attraverso uno spioncino. Si era accorto che due ragazze, anziché prendersene cura, la sbeffeggiavano. L’abbiamo portata via subito dietro un corrispettivo di 750 euro per soli 5 giorni. Era in condizioni pietose – prosegue -, non parlava più, è rimasta in stato comatoso per oltre una settimana mentre io tentavo di dissetarla e nutrirla con amore e pazienza. In preda ad una crisi tremenda urlava contro quelle ragazze invisibili “andate via, siete tutte streghe! Qui mi stanno tagliando la testa!” Temevo morisse, invece ce l’ha fatta. Oggi è tranquilla e sta meglio anche se costretta a letto da due anni. Si alimenta con cibi pronti dalla farmacia, a pranzo la minestrina calda oppure l’uovo fresco”.

Per noi ha voluto cantare “Firenze sogna” di Claudio Villa (1926-1987) e recitare ”La Croce” di Paolo Parzanese (1809-1852. Un ricco repertorio il suo che ha amato sempre cantare all’imbrunire affacciandosi alla finestra di casa.

Un desiderio? “Camminare – afferma la sorella -. Da quando è stata ricoverata in quella struttura non ha più camminato. Chiede con insistenza il perché. Neppure col trattamento fisioterapico e con un deambulatore siamo riusciti a farle fare due passi”.

La famiglia di Clelia annovera diversi centenari da cui lei ha sicuramente ereditato i geni: l’altra sorella Iole ha 92 anni, il padre è scomparso a 102 circa, la nonna materna è morta ultracentenaria, la bisnonna paterna per tutti “nonna vecchia” è deceduta a 109 anni e poiché anche la suocera di Lydia è mancata a 105 anni, possiamo annoverare Dualchi fra i paesi centenari.

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Un commento

  1. Complimenti bellissima biografia.

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