TECNOLOGIE PER LA SALUTE: PROGETTO GLOBALE PER MATTEO ARGIOLAS, DALLA SVEZIA ALL’ASIA

ph Matteo Argiolas

di MARIA FRANCESCA CHIAPPE

Quando è partito per il primo scambio, a 18 anni, nell’Ohio, ha passato settimane a dire solo sì e no. Capiva poco o nulla, eppure doveva studiare e dare gli esami. In inglese. «L’istinto di sopravvivenza ti fa imparare in fretta».  Ne ha fatta di strada da allora Matteo Argiolas, 32 anni, laurea in Economia e gestione aziendale a Cagliari e specialistica in Marketing internazionale in Svezia. Si occupa di tecnologia e internet a Bangkok dove sta lavorando all’avvio di una banca digitale. Ma il suo sogno è un altro: un’azienda tecnologica al servizio della salute mentale all’e-counseling, terapie e sessioni di esperti attraverso piattaforme online. «Il mondo digitale può essere utile a sfatare tabù e blocchi culturali ancora forti in Asia».

Da ragazzino era un buon hockeysta nella squadra juniores dell’Amsicora ma la statura – è alto un metro e 90 – non lo aiutava. Anzi. «Troppi mal di schiena».  Meglio il basket che aveva praticato all’Esperia. In America invece si era dato al calcio nel team della scuola dov’era rimasto un anno. «Mi sono diplomato a Dayton e, tornato a casa, anche al Michelangelo, liceo scientifico».

Poi ha scelto Economia: «È durata un po’ più del previsto». C’è un motivo: si era iscritto all’Aegee, un’associazione che organizza la mobilità studentesca. «Facevo parte del board».

E ha fatto una serie di viaggi a Londra, Budapest, Slovenia, Slovacchia, Olanda». Va da sè che l’inglese non era più un problema. Neanche lo svedese. «Dopo la triennale mi sono trasferito a Vasteras, vicino a Stoccolma». In realtà era lì da due mesi: «Mi avevano accettato con riserva prima della laurea, nel 2014». Aveva scelto la Svezia un po’ per questioni economiche, «i cittadini europei non pagano le tasse universitarie», un po’ perché nell’Ohio viveva in una famiglia con un ragazzo svedese e voleva scoprire quel mondo. Questa volta, però, ha fatto tutto a tempo di record: laurea in un anno. «La mia idea era di rimanere e cercare un lavoro nel settore marketing e tecnologia».

Ma c’era un problema: la lingua. «Tutti parlano inglese, bambini e anziani, ma per il lavoro è richiesto il livello business di svedese». Per privilegiare i giovani di casa. «Io ho imparato ma non fino a quel punto».

E poi, il clima: «D’estate c’è luce fino alle 23, d’inverno non c’è mai il sole e per mesi ho dovuto prendere pasticche di vitamina d». Però non c’è inquinamento. Attraverso un’associazione studentesca ha cercato un tirocinio. Mica dietro l’angolo. «Ho fatto domanda in Vietnam, India, Cina, volevo un percorso davvero internazionale». Come dire: l’Europa è piccola. Ha trovato un’azienda tecnologica americana a Bangkok. «Dopo la laurea sono tornato a Cagliari, tempo due settimane ed ero in volo. Non ero mai stato in Asia, le città sono cosmopolite, non ho avuto lo choc che mi aspettavo». Ha fatto il tirocinio con una ragazza messicana, due filippini e un malese. Alloggio gratuito e stipendio. «Il costo della vita è basso, mi restavano soldi per uscire la sera».

Dopo sei mesi è stato assunto a tempo pieno, nel sociale, ma non era quello che voleva. «Meglio il marketing». Peccato che il progetto cui stava lavorando sia stato bloccato per mancanza di fondi. «Per mia fortuna due settimane prima che mi congedassero ero entrato in contatto con una coppia, lui americano lei di Hong Kong: si occupavano di pagamenti sul cellulare per turisti cinesi».

Lo hanno preso come responsabile marketing, tra Hong Kong e Bangkok. È durata poco, sette mesi: è rimasto senza un lavoro fisso fino a quando, alla fine del 2017, è entrato nel mondo della strategia con una compagnia di assicurazioni digitali. «Per la prima volta ero coinvolto nel prodotto, nel mercato, nelle modalità di vendita. Facevo strategia sempre con un occhio al marketing».

Ma siccome il posto fisso non esiste ha cambiato ancora: un mese di vacanza e nel 2018 era in forze a un’azienda tedesca di database con un progetto a breve termine. «In tre mesi ho creato il piano marketing, la strategia, l’efficienza dei conti in vista dell’avvio». Con le mani in mano? Mai. E allora subito dopo c’è stato il tempo di occuparsi di turismo e tecnologia tra Ho Chi Minh City (Saigon) e Bangkok per una società vietnamita.

Finita quell’esperienza a gennaio era pronto per una nuova impresa: «Una banca non banca, da espandere in tutta la Thailandia. Niente depositi ma solo prestiti finanziari».

La nostalgia di Cagliari si fa sentire: «Mi manca molto la mia città, soprattutto in estate». In Thailandia la vita è meno cara, le opportunità di lavoro sono infinite, gli stipendi sono alti «ma c’è traffico, molto caldo e il cibo occidentale costa di più». Però il suo futuro è lì: «La mia fidanzata, di origine indiana, è cittadina thailandese». Sta lavorando al suo progetto, quello sulla salute mentale. «Ho già preso contatto con le facoltà di Psicologia e alcuni sviluppatori informatici». Non lo dice ma è facile immaginare il suo motto: chi si ferma è perduto.

https://www.unionesarda.it/

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