L'OPERA "MIELE AMARO" NELLA LEZIONE ALL'UNITRE DI MACOMER SU SALVATORE CAMBOSU

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di Natalino Piras

All’Unitre di Macomer ho tenuto una lezione su Salvatore Cambosu. Ho incentrato il discorso su Miele amaro. Recupero qui  un pezzo uscito nel “Messaggero Sardo” 22 anni fa, febbraio 1990, pagina 22, titolato Miele amaro guida incomparabile del pianeta Sardegna. Facevo riferimento a una nuova edizione del capolavoro di Salvatore Cambosu (Orotelli 1895- Nuoro 1962) ripubblicata  nel 1989  proprio da Vallecchi per i cui tipi Miele amaro uscì nel 1954.  Miele amaro, il capo d’opera di Salvatore Cambosu, può essere considerato ancora oggi una sintesi enciclopedica della Sardegna: dalla notte dei tempi fino alla metà dei nostri anni Cinquanta. A partire dal 1954 diverse edizioni del libro. C’è stata pure una ristampa anastatica, nel 1984, a cura dell’Amministrazione Provinciale di Nuoro. Un altro libro, nel 1978, è La rivolta dell’oggetto di Michelangelo Pira. Nell’introduzione a Miele amaro dell’ 89 Manlio Brigaglia avverte che questo è “l’eredità diretta” della Rivolta. Il libro di Pira è cioè la riproposta scientifica di quanto Salvatore Cambosu aveva recuperato e descritto in una dimensione “lirica” e “poetica”. Bisogna fare un viaggio per comprendere, farsi lettore compartecipe e osservatore attento dentro la terra dell’amaro miele: quello che, ricorda Cambosu, le api producono dopo aver visitato i fiori del corbezzolo. “Degna di particolare attenzione- avverte all’inizio Cambosu  narratore-poeta (la definizione è di Francesco Masala)-  è la statuetta che rappresenta Aristeo (patrono della terra e delle greggi) col capo ornato di api, trovata nel centro dell’Isola, presso Oliena, in una regione detta sa vidda’e su medde, il villaggio del miele”. Dell’opera di Cambosu bisogna penetrarne lo spessore (non solo fisico: 407 pagine di scrittura senza considerare la parte iconografica), carpirne lo stile (la brevità di certe frasi e il mistero della parola che sintetizza storia e mito), materializzarne l’utilità, l’aspetto didattico. Miele amaro continua ad essere una incomparabile guida del pianeta Sardegna.  Ci sono nel testo nomi di finzione che sono forma e  suono, evocazione e sintesi. Nomi di persona come significato e significante. Stefano Virde, Giuseppe Tropea, Antioco Mezzadria, Gaspare Moina, Maria Pietra, Sempreinsella, Mastru Juanne (la fame), don Pietro Marengo, Sebastiano Mulinello (balente e vittima sacrificale allo stesso tempo), Cosima (Grazia Deledda che di Cambosu era cugina), Massimo Ru (il rovescio del balente, il maledetto), la vergine Silvestra (Paska Devaddis), Potenzia Moro, Simone Cottasole, Rosa Tracca, Barbaro Peronnia, Priamo Apiario, Vincenzo Roncola, Carmine Muzzichile,  Onorato Dente. Le cose che essi raccontano o le situazioni che vivono ed affrontano sono la rappresentazione  della Sardegna durante un tempo ciclico eppure immobile, fermo. La fatica contadina e la durezza delle transumanze ritornano come costanti di un’unica stagione: tesa tra  le origini del Sardus Pater (Sardopatore) e le avvisaglie di moderno (la luce elettrica) del secolo XX. La differenza sostanziale non è data  dal succedersi delle epoche storiche (che pure il libro intersecano e che sono riportate nella nota cronologica finale) quanto dalla fissità del mare (un orizzonte perduto sin dalla note dei tempi) che riflette e allo stesso tempo respinge la vita dinamica delle genti dell’interno. Qualunque ladro di bestiame è arrovellato dal sogno di evadere una condizione maledetta e dall’incubo di servire un padrone che non conosce. Entrambe queste valenze hanno il mare come segno di tensione e come linea di confine. In Miele amaro questo mare da incubo e da sogno è quello da dove arrivano i mori e i francesi, il nemico da respingere. Ma il mare è pure quello del carlofortino che sogna molti tonni per la mattanza. Ci sono anche nomi non di finzione. Amsicora e Josto, circa tre secoli prima di Cristo. Viaggi a ritroso al tempo della pietra e  dei nuraghi e poi il susseguirsi di molteplici dominazioni. Momenti irripetibili di libertà. Eleonora d’Arborea come nome unico. Si arriva alla Sardegna che cerca di sconfiggere la sua perenne malaria: quasi alle soglie del 2000. Dentro questa diacronia c’è tutto: i cartaginesi, i romani, Cornus, Gregorio Magno, Ospitone, la dominazione vandala, la dominazione bizantina, la dominazione aragonese, le Carte d’Arborea, gli austriaci, i piemontesi, la 1ª e la 2ª guerra mondiale. È un tutto estensibile che oltre il documento ufficiale (la storia come la raccontano gli storici) raccoglie le voci del barbaro, siano esse espressione anonima di una comunità o siano invece già state riscritte. Il  narratore-poeta  ha avuto come pegno quello di dare forma e suono al silenzio.  Altri nomi di persona in sequenza di Miele amaro sono Gavino Pes (don Baignu), Antioco Casula (Montanaru), Giorgio Filippi, gente di poesia, conosciuti e anonimi. Ci sono ricercatori, viaggiatori, raccoglitori, catalogatori: Bellorini, Mango, Cian -Nurra. Vige un insieme di incastri e di rimandi dove i  raccordi sono nomi di luogo: Cagliari, Turres, Nora, Nuoro, il paese, il mondo, la tanca etc. “La storia come incubo” oltre che alle scritture è affidata alle immagini: il demone antropozoomorfo di Nule, l’eroe dai quattro occhi e dalle quattro braccia di Teti, la madre dell’ucciso rinvenuta nella casa dell’orco. Giovanni Lilliu ha schedato e fatto didascalia per queste immagini. Fanno da controcanto le xilografie e incisioni di Delitala, Floris, Dessy e quel magistrale reportage sulla Sardegna degli anni ottanta che sono le fotografie di Salvatore Pirisinu: il guardiano delle capre mannalitas di Busachi, la processione di Desulo, is fassonis dello stagno di Cabras, la Sartiglia, le bicocche di Lodè. Si avverte in questa sezione il magistero di Franco Pinna.  Lo specchio dell’insieme, una storia scritta e raffigurata con stile asciutto, è il tempo del mito, della leggenda che genera la favola, della necessità, dell’esigenza di consolazione. Gli eroi positivi sono Giorgio di Suelli, sempre Eleonora d’Arborea (ma anche Pontilla sepolta nella calaritana Grotta della Vipera), sempre la vergine Silvestra. E dove trovare il rovescio di Massimo Ru? Dove l’abolizione di Mastru Juanne e se ma quando avverrà? Tra gli antieroi, si ritaglia una sua particolare godibilità l’Anzipirri, uno dei nomi con cui Cambosu chiama il diavolo, altrove definito Lusbè e prima ancora, ma non si tratta di Satana bensì di un gregario: Piedicapra.  L’anzipirri è un rifacimento di Luziferru che a sua volta è una variante di Luzeddu. Usando del diavolo come pretesto (ma paris suos che inquisisce sant’Antonio del fuoco è costruito a misura d’uomo, con tutto il senso e il gusto della beffa) si può notare come lo stile di Cambosu sia aderente al contesto indagato, al fascino della pietra  e del fuoco, alla necessità che nasce dalla necessità

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Un commento

  1. Sto leggendo il capolavoro di Cambosu, prime 30 pagine. Non devo essere io a ribadire quanto sia affascinante, ma lo confermo sublime!

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